The Conjuring – Il caso Enfield di James Wan: la recensione

conjuringpostersmallLo stile personale di Wan lascia ancora il segno

James Wan consegna allo spettatore il secondo capitolo della saga di genere The Conjuring, una sequela (se ne attendono almeno altri due nei prossimi anni) di horror mainstream, che strizzano l’occhio ai cliché e mettono in mostra la maestria del regista nel recuperare un movimento di macchina retrò e uno stile profondamente disturbante.

Dopo i fatti di Amityville, Ed e Lorraine Warren vengono chiamati dalla Chiesa ad accertare i fenomeni paranormali di una casa a Enfield, in Inghilterra.

Nonostante il genere horror non stia vivendo uno dei suoi periodi migliori, James Wan continua nella sua trasposizione (vagamente) storica dei fatti paranormali più eclatanti. Ormai allo spettatore sembra di aver visto qualsiasi cosa e crede di aver assaporato qualsiasi spavento possibile; eppure The Conjuring: Il caso Enfield è l’eccezione che conferma la regola, un film che mette in mostra un riconoscibile marchio di fabbrica e pesca (con estremo citazionismo cinefilo) da più parti per affacciarsi all’universo demoniaco, popolato da spettri e angeli caduti.

Figure centrali dell’intera vicenda sono nuovamente Ed e Lorraine Warren, due indagatori dell’occulto che, in apertura di pellicola, vengono mostrati all’opera ad Amityville, il loro caso più eclatante che li ha posti sotto un’enorme lente d’ingrandimento. Tuttavia Wan decide di spostare il proprio raggio d’azione nella spettrale Inghilterra, laddove il fenomeno paranormale si manifesta nella dimora degli Hodgson.

Nonostante la durata monstre per essere un film horror (rischiando, di conseguenza, di incappare in fastidiose ridondanze), The Conjuring: Il caso Enfield mantiene alta la tensione e conferma la predisposizione del regista al genere, che riesce a modellare con maestria, grazie anche a uno stile (impregnato di dolly avvolgenti e da una costruzione lodevole della minaccia) che sa accattivare il pubblico. Difatti ormai è sempre più difficile riuscire nell’ardua impresa di esibire uno sguardo diverso, che aiuti il genere e che gli doni una sua identità. Non è sicuramente la saga di The Conjuring a riuscirci, tuttavia proprio la violenta virata in direzione del commerciale e della storia di questa avventurosa sequela degli Warren potrebbe ridare lustro all’horror.

Fedele al tema profondamente cattolico “Dio prevale sempre sul male”, The Conjuring: Il caso Enfield è in grado di creare curiosità e attrarre il pubblico affamato di terrore. Ed è proprio di terrore che si nutre il film di Wan che, oltre allo stile classicamente horror, fa ampio uso di esorcismi improvvisati, di pericolose possessioni e di un tappeto musicale, composto da stridii in lontananza o, più semplicemente, dal movimento di un oggetto o di una porta che sbatte improvvisamente, provocando urla ultrasoniche.

Inquietante possessione che coinvolge una bambina di dieci anni (ricorda lontanamente qualcosa?), il prodotto di James Wan è intriso di brutalità, che viene opportunamente destinata al pubblico, che sa di potersi appassionare nei confronti della vicenda paranormale e contemporaneamente mettere a fuoco un contesto anni Settanta intriso di diffidenza mediatica, di rassicurazione divina e terrena e di demoniache presenze (presunte o tali). Insomma The Conjuring: Il caso Enfield è un’avventura ai confini della realtà, nella quale l’aspetto psicologico dell’intera vicenda viene accantonato in favore di qualche colpo a effetto (riuscito) e di diverse trovate interessanti.

The Conjuring: Il caso Enfield è un horror riuscito che, nonostante la gigantesca operazione commerciale, riesce ancora a non farsi fagocitare da quel filone di stereotipati e inconcludenti pellicole dallo spavento facile e dalla prevedibilità dietro l’angolo.

Uscita al cinema: 23 giugno 2016

Voto: ***1/2

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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