Segreti di famiglia di Joachim Trier: la recensione

51351L’intimismo e l’eleganza non svelano le emozioni

Presentato a Cannes 68, Segreti di famiglia è il primo lungometraggio in lingua inglese di Joachim Trier, autore norvegese che ha interessato il pubblico, soprattutto, con il suo esordio Reprise. Tuttavia quest’ultimo prodotto, pur mettendo in mostra una regia elegante, finisce per appiattirsi e non svela le emozioni. Un film trattenuto e nevrotico, che non buca lo schermo.

Un padre e due figli sono costretti a fare i conti con la morte della madre, un’apprezzata fotografa di guerra. Inoltre le circostanze dell’incidente non sono chiare e non tutti i membri della famiglia ne sono a conoscenza.

Ciò che va a ricercare Trier è l’intimismo di una famiglia, le reazioni di ogni componente  a un evento, ormai datato nel tempo, ma ancora vivido nei loro gesti e nei loro pensieri. Il destino crudele ha portato via una persona cara e tale avvenimento è in grado di provocare conseguenze, che fanno a cazzotti con qualche segreto di troppo e qualche atteggiamento border line. Segreti di famiglia è un prodotto che indaga tutto ciò e si ritrova tra le mani un grande cast e un montaggio che, fluidamente, passa da un personaggio all’altro, da un punto di vista all’altro, con invidiabile soluzione di continuità. Ogni componente della famiglia affronta il lutto a modo suo: il figlio più grande, ormai sposato con prole, fatica nell’esternare le proprie emozioni, il figlio più piccolo si sfoga attraverso una tastiera, un computer e un mutismo selettivo, mentre il padre (a cui manca la comunicazione con il secondo figlio) ha deciso di iniziare una nuova relazione per cominciare ad allontanare il ricordo della moglie. Tuttavia le emozioni divengono progressivamente sterili in un trattato sulla famiglia borghese, sulle ambizioni e sui desideri di ognuno (anche quelli della defunta), sull’approccio nei confronti di una tragedia, mentre un silenzio assordante si fa strada attraverso le mute e tediose sequenze.

Narrativamente immobile (gli svelamenti della trama appaiono banali e poco influenti), Segreti di famiglia possiede l’eleganza della messa in scena (una fotografia plumbea immortala la famiglia che fatica a comunicare), ma si autocompiace eccessivamente, non mostrando emozioni sincere e autentiche. Difatti ciò che resta è una pellicola che fatica a entrare in contatto empatico con lo spettatore, che non soffre e non s’interroga con intensa partecipazione. Insomma Segreti di famiglia appare come un film sterile, nel quale gli unici interessanti scossoni narrativi sono inferti dall’adolescente Conrad, traumatizzato dalla morte della madre e personaggio a cui viene donata la possibilità di esibire con decisione un punto di vista. Il resto del cast (e della famiglia) è destinato a osservare, crucciarsi e affogare in una muta rassegnazione, mentre il montaggio alterna pedissequamente ricordi e attimi presenti, nei quali lo spettatore incontra e conosce colei che ha frantumato un nucleo familiare.

Trier gioca con le incomprensioni e le “cose non dette” e dimostra di avere un occhio accurato per la fotografia, eppure ciò che è carente è la sceneggiatura, che fatica tremendamente a farsi realistico specchio di una famiglia in frantumi, perché purtroppo i cliché abbondano e divengono parte integrante di un processo (quello creativo) privo di un’impronta personale.

Uscita al cinema: 23 giugno 2016

Voto: **

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