Imperial Dreams di Malik Booth: la recensione #SoloSuNetflix

Storia ambientata in un ghetto in cui chi vi nasce vi cresce e vi muore, Imperial Dreams mette in evidenza un’intelaiatura narrativa classica, che porta il protagonista a rincorrere un nuovo inizio per se stesso e per suo figlio. Una vicenda priva di rivincita, che si fa apprezzare progressivamente.

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L’insulto di Ziad Doueiri: la recensione

Presentato in Concorso a Venezia 74, L’insulto sfrutta un alterco a sfondo razziale per tastare e mettere in scena la situazione socio-politico-religiosa libanese. Il risultato è un film che cresce d’intensità e che non disdegna il colpo di scena, tuttavia l’impressione è quella di osservare un prodotto che viene esasperato per provare a cogliere i limiti (se sono presenti) di un razzismo profondamente radicato nella società.

Happy End di Michael Haneke: la recensione

Rigoroso, asciutto e tagliente sguardo destinato a una famiglia altoborghese, Happy End esibisce la tristezza, l’egoismo e la falsità, cardini fondamentali su cui si basano i rapporti interpersonali tradotti su pellicola dal regista tedesco. Un’opera che rispecchia lo “stile Haneke”, nonostante il tutto sembri girare a vuoto.

Il libro di Henry di Colin Trevorrow: la recensione

Thriller drammatico che prova costantemente a misurare l’empatia del pubblico, Il libro di Henry è un prodotto ricattatorio che smercia sentimenti “a basso costo”. Un film che si trascina fino alla conclusione (banale e prevedibile) e che non si sbilancia mai. Ed è proprio questo immobilismo a rendere la pellicola meno appetibile al pubblico.

2night di Ivan Silvestrini: la recensione

Assurdo film ambientato interamente all’interno di un’automobile, 2night è un contenitore vuoto, un prodotto privo di una tematica e di un senso. Una conversazione (piatta e incapace di incuriosire lo spettatore) che non porta da nessuna parte (nemmeno a casa della protagonista) e che esibisce due pessime interpretazioni.

My Name is Emily di Simon Fitzmaurice: la recensione

Road movie che tenta di restituire sul grande schermo le pulsioni adolescenziali e quella costante sensazione di smarrimento e di perdita, My Name is Emily è un film che non palesa il suo obiettivo per lunghi tratti. Difatti se da una parte c’è la reciproca conoscenza tra i due ragazzi protagonisti (che si “osservano” timidamente), dall’altro lato c’è il rapporto tra una figlia e un padre, che pesca direttamente da un passato doloroso.