Castello di sabbia di Fernando Coimbra: la recensione #SoloSuNetflix

La guerra cambia l’uomo e l’anima

Ambientato in Iraq nel 2003, Castello di sabbia è un war movie abbastanza convenzionale, che sente la necessità di scandagliare i cambiamenti (di approccio alla guerra e di comportamento dentro e fuori il campo di battaglia) di un giovane soldato arruolatosi solamente per pagarsi gli studi universitari.

Come può cambiare un uomo durante la guerra? Questa è la domanda principale alla base di Castello di sabbia, un film diretto da Fernando Coimbra, che si dimostra per buona parte un prodotto decisamente convenzionale (anche sotto la media) per poi nelle battute conclusive trovare nello sguardo del personaggio impersonato da Nicholas Hoult il reale significato dell’intera struttura narrativa. Perché Castello di sabbia racconta la storia di Matt Ocre, un soldato semplice che, se inizialmente non vuole partire per l’Iraq (si maciulla una mano nella portiera di un Hammer per evitare il trasferimento sul campo di battaglia), finisce per non voler più tornare a casa, modificato nelle convinzioni e nell’approccio nei confronti del nemico. È questo l’obiettivo di Coimbra: mostrare come la guerra può cambiare gli uomini nel profondo con i rumori sordi delle bombe che fischiano nelle loro orecchie e i corpi di soldati e uomini innocenti impressi per sempre negli occhi di chi sopravvive.

Castello di sabbia pur non brillando per originalità, finisce per dimostrarsi una pellicola complessivamente riuscita. Un prodotto che, pur non aggiungendo nulla di nuovo alla già ampiamente sfruttata questione irachena, possiede le sue potenzialità e i suoi pregi (tutti decisamente concentrati nell’ultima parte del film).

Coimbra non inneggia al patriottismo e non indugia sui suoi personaggi come se fossero degli eroi mistici, ma preferisce mostrare la benevolenza dei soldati (e la loro assoluta mancanza di prevenzione) e suddivide gli autoctoni in due parti: le volenterose “formiche operaie” e i violenti assassini, coloro che cambiano radicalmente la maniera in cui Ocre osserva i nemici e approccia la nascita di un nuovo giorno (utile per sparare, uccidere e vendicarsi).

Insomma si ha a che fare con un film che fotografa magnificamente le dune irachene, le distese di sabbia e il nulla più assoluto, che si estende per chilometri attorno alle città più conosciute, ma che non aggiunge (narrativamente) storie particolarmente interessanti o aneddoti sconvolgenti. Castello di sabbia si limita a mostrare un gruppo di commilitoni che combatte una guerra senza esclusioni di colpi e che, in base alle occasioni, si ubriaca, si dispera e s’interroga.

Non c’è la beatificazione del soldato e nemmeno la critica alla guerra nel film di Coimbra; c’è solamente uno sguardo distaccato della vicenda, laddove i cliché fioccano e gli stereotipi di guerra si fanno spazio.

Esclusiva su Netflix dal 21 aprile 2017

Voto: ***

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