L’infanzia di un capo di Brady Corbet: la recensione

Il totalitarismo diventa una metafora significativa e pregnante

Ispirato liberamente all’omonimo racconto di Jean-Paul Sartre, L’infanzia di un capo è inquieto e inquietante; un disturbante romanzo di (anti)formazione, che mostra l’orrore nell’innocenza, il buio e i pochi attimi di luce.

Il giovane Prescott passa un lungo periodo in una grande casa fuori Parigi. Il padre, consigliere del presidente Wilson, si appresta a concludere i trattati di pace per la fine della Grande Guerra, mentre la madre si occupa svogliatamente di Prescott insieme alle domestiche della casa. Il bambino ha il volto pulito e angelico, ma in lui scattano impeti d’ira difficilmente gestibili.

Vincitore del Leone del futuro a Venezia 72, L’infanzia di un capo è un film magnetico perché narra la nascita di una consapevolezza e del piacere per l’ambiguità del potere. E lo fa attraverso la delineazione di un giovane cresciuto in una famiglia aristocratica, educato rigidamente da una madre distaccata e da un padre assente ed esclusivamente allevato dall’affetto delle sue tutrici (Mona su tutte). Un bambino che incarna la lucida “cattiveria” che lo porta a commettere dispetti (soprattutto il primo decisamente innocuo), che diventano progressivamente degli atti di forza, che provocano conseguenze e suscitano ammirazione nella madre.

Suddiviso in quattro capitoli (che corrispondono esattamente ai tre “scatti d’ira”, che sottolineano l’indole esplorativa e progressivamente sadica e ribelle del protagonista, e all’epilogo finale), L’infanzia di un capo sguazza a meraviglia in un contesto destabilizzante e in cerca di equilibrio (la fine della Grande Guerra, lo stallo dei trattati), esibisce una fotografia magnifica (la pellicola 35 mm aiuta) e lascia alla partitura musicale il commento estremamente drammatico di ogni sequenza. Una metafora sul totalitarismo che svela la sua natura politica in conclusione e che lascia a bocca aperta per la sua esclation rabbiosa, accompagnata da una narrazione asciutta che, pur utilizzando poche parole, trasmette chiarezza d’intenti. Perché l’interesse del regista Corbet è quello di manipolare la materia umana, nella quale albergano la luce (i momenti distensivi con la tutrice Mona) e l’oscurità (il rapporto con la madre, una donna frustrata che si rifugia nella devozione religiosa), che sfocia in atteggiamenti provocatori e finalizzati a scoprire quanto sia seduttivo il potere e la sua ambiguità.

Prodotto contraddistinto da una macchina da presa che insegue i protagonisti e li immortala con fare indagatore, L’infanzia di un capo è cinema d’autore a tutto tondo, laddove Corbet cerca insistentemente di spingersi oltre la drammaticità. Il regista mira alla tragedia e scruta il piacere di poter avere il controllo del proprio mondo, di poter decidere autonomamente senza l’approvazione di nessuno. Un atteggiamento che viene fotografato con intensità e senza terrore, perché esiste e può diventare incontrollabile se gestito con distacco e aggressività. L’infanzia di un capo è un film inquietante e privo di filtri, un prodotto che fa conoscere al pubblico la bravura del giovane Tom Sweet (sguardo demoniaco e consapevolezza dei propri mezzi) e conferma la professionalità di Berenice Bejo.

Uscita la cinema: 29 giugno 2017

Voto: ***1/2

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