Personal Shopper di Olivier Assayas: la recensione

Assayas sperimenta e s’interroga sul conforto

Film complesso che mischia i generi ed esibisce una vicenda apparentemente incomprensibile, Personal Shopper (presentato a Cannes 69) è uno sperimentale prodotto che vede come assoluta protagonista Kristen Stewart. Assayas è un fine indagatore di ciò che può suggestionare l’essere umano, di cosa si nasconde dietro a un gesto o a una ricerca di conforto.

Maureen ha perso il fratello gemello Lewis a causa di una malformazione cardiaca ed, essendo una medium, cerca di mettersi in contatto con lui per poter convivere con la sua scomparsa. Maureen è anche una personal shopper, fa da assistente a una famosa modella e per lei gira l’Europa a fare acquisti nelle boutique.

Prodotto che sfrutta il conforto come uno strumento indagatore della contemporaneità (la protagonista cerca disperatamente un segno dal gemello morto, anche attraverso la conversazione con uno sconosciuto tramite il proprio smartphone), Personal Shopper è complesso e sperimentale, incomprensibile e rivelatore. Difatti Assayas gioca con gli stilemi di genere per costruire una vicenda che, inevitabilmente, possiede dei buchi di sceneggiatura, che mischia le carte, che nasce come ghost story, per poi divenire un dramma contemporaneo, successivamente un thriller e infine una domanda esistenziale (è un’entità quella che sento o sono io a volerla sentire per trovare un conforto ultraterreno?).

Personal Shopper è tutto ciò e niente di tutto questo, perché se da una parte c’è la sensazione di assistere all’apparizione di un fantasma, quello stesso ectoplasma si riflette in un’ossessiva ricerca di un sollievo in un quotidiano monotono, che erode le proprie convinzioni. La Stewart (corpo e muta sofferenza di un’esistenza poco appagante) è la musa con cui Assayas costruisce un dramma contemporaneo, che rifiuta la linearità narrativa e la semplicità di trama, laddove il regista si erige a narratore onnisciente (e un filo voyeuristico) di una contemporaneità convulsa e complicata.

Accompagnato da uno stile avvolgente e ambizioso, Personal Shopper è complesso perché lavora su molteplici piani differenti e, spesso, celati allo spettatore; il prodotto può sembrare privo di un obiettivo, svogliato nella sua messinscena, ma invece dimostra tutta la sua carica esistenziale nella voglia di evadere dalla noiosa monotonia di una quotidianità piatta. Infatti è la stessa protagonista a essere curiosa, ad accettare il rischio pur di essere qualcun altro, pur di diventare qualcun altro.

Insomma Personal Shopper è un gesto sperimentale (inciampando spesso e volentieri sfocia, a volte, in soluzioni improbabili), una costante ricerca di un qualcosa di salvifico, che provoca sollievo e consapevolezza. Uno sguardo che oltrepassa lo schermo e si fa domanda esistenziale, un facile quesito che rimane in sospeso, lasciando l’interpretazione allo spettatore.

Uscita al cinema: 13 aprile 2017

Voto: ***

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