Civiltà perduta di James Gray: la recensione

Un esploratore e le sue ossessioni. Cinema d’altri tempi

Biografico sull’esploratore Percy Fawcett, Civiltà perduta è un film d’altri tempi, che s’ispira ai grandi autori del passato (Cimino e Herzog su tutti) e che esibisce il piacere della narrazione, della scoperta e dello stupore.

Il militare Percy Fawcett non ha grandi possibilità di salire di grado. Siamo agli inizi del Novecento, il globo non è stato ancora completamente esplorato ed è per questo motivo che la Royal Society offre a Fawcett l’incarico di mappare un territorio privo di indicazioni cartografiche, che si trova nel bel mezzo dell’Amazzonia. Durante la spedizione rimane affascinato dalla foresta e, una volta tornato, sostiene l’esistenza di una città perduta.

Civiltà perduta è una pellicola dal sapore epico, contraddistinta da una fotografia naturale e da una macchina da presa che ha la possibilità di allargare lo sguardo; tuttavia pur notando l’ambizione (e le capacità) del regista si ha la sensazione che un prodotto di questo tipo trovi poco spazio nel frenetico mondo moderno, che fatica a sopportare i tempi dilatati del film, figli di un vecchio cinema che mirava alla meraviglia. Proprio per questo motivo (e a causa dell’offerta cinematografica che ha abituato il pubblico a una “agitazione” narrativa) Civiltà perduta non riesce a coinvolgere lo spettatore fino in fondo; la durata (140 minuti precedentemente accorciati in post-produzione) e la modalità di narrazione non aiutano, inoltre la sensazione è che si sarebbe giunti a un risultato simile anche con una durata inferiore e un ritmo maggiormente coinvolgente. Nonostante ciò l’obiettivo di Gray è lodevole: il regista rievoca il piacere della scoperta e della meraviglia, cercando di porre in risalto, attraverso il personaggio di Fawcett (interpretato magistralmente da un sorprendente Charlie Hunnam), l’ossessione per un luogo inesplorato e per una gloria riabilitativa. Un’idea e un sogno che si estende alla famiglia e agli amici, una predilezione per il rischio che non si dà pace. Ma non solo, perché Gray non si limita a narrare la vita di Fawcett, ma sceglie di carpire la personalità di un uomo controcorrente (convinto dell’uguaglianza tra uomo e donna e tra esseri umani di diverse culture, quest’ultimo concetto osteggiato dall’intellighenzia britannica), di un personaggio radicato alle proprie convinzioni.

Civiltà perduta è, al netto di pregi e difetti, un buon film, un film d’avventura che abbraccia il dramma esistenziale in cui si assapora l’oscurità. Una pellicola, produttivamente, anacronistica, che non cede agli effetti speciali e che porta Gray a prendersi il rischio di girare in 35 mm e non in digitale per una resa visiva d’altri tempi. Una saga familiare che fotografa l’inospitale Amazzonia e l’orrore della Grande Guerra per giungere ai mistici venti minuti conclusivi, nei quali lo spirito può trovare finalmente una casa.

Leggi l’articolo anche su Persinsala

Uscita al cinema: 22 giugno 2017

Voto: ***

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