Sognare è vivere di Natalie Portman: la recensione

La Portman attrice si divora la Portman regista

Debutto alla regia di Natalie Portman, Sognare è vivere è la trasposizione cinematografica del bestseller “Una storia di amore e di tenebra” di Amos Oz. Tuttavia dell’affresco israelita rimane ben poco, difatti la regista ha preferito concentrarsi sul rapporto madre-figlio, cercando di restituire un’allegoria delle difficoltà della composizione dello Stato d’Israele.

Il vecchio Amos ricorda la sua infanzia a Gerusalemme, soprattutto la madre Fania morta di depressione prima dei quarant’anni.

Accompagnato da una narrazione trattenuta, da una fotografia desaturata e da una recitazione raffinata, Sognare è vivere è un film che risulta riuscito a metà. Da una parte c’è l’interpretazione di Natalie Portman, attrice che dedica un’attenzione particolare al proprio personaggio donandole una muta sofferenza, dall’altra parte c’è lo Stato d’Israele in perenne mutamento e che incontra mille difficoltà. La Portman però decide di occuparsi collateralmente del fatto storico e decide di chiudersi dentro le mura domestiche per costruire un dramma votato alla depressione, nonostante gli iniziali entusiasmi. Ed è il rapporto tra Fania e Amos a essere fotografato con maggior decisione: l’amore di un figlio per la madre e viceversa e il progressivo spegnimento della fiammella vitale di una donna dell’Est, che intratteneva il figlio con racconti allegorici.

L’intento della Portman è quello di far respirare, attraverso questa relazione, il sentimento di chi è alla ricerca della Terra Promessa da secoli. Difatti l’iniziale entusiasmo lascia spazio a uno sconforto che nel caso di Fania si concretizza in una patologia legata al logorio quotidiano, mentre nel caso del popolo ebreo in uno stallo territoriale, che erige nuovi ostacoli e altrettante barriere.

Appassionato omaggio alla madre, della quale custodisce i racconti orali, Sognare è vivere finisce per essere una trasposizione letteraria fallace e frammentaria, laddove la forza di un legame familiare ha trovato nell’attrice Portman pane per i propri denti. Uno sguardo limitato, che non riesce a raccontare un contesto, un ambiente in fermento e sempre all’erta. Insomma Sognare è vivere si sorregge sulle spalle di una sofferente Portman, colei che dona al figlio speranza, raffinatezza e sensibilità; eppure la carenza di un’immersione (totale o parziale) all’interno di uno Stato in via di composizione rende la pellicola ridondante e difficilmente digeribile. E allora ecco che la noia comincia a farsi largo, mentre la raffinatezza e l’eleganza rimangono su una superficie filmica posticcia e artefatta.

Uscita al cinema: 8 giugno 2017

Voto: **

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