Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza: la recensione

La coppia Grassadonia-Piazza torna alla regia: conferma o piccolo passo indietro?

Opera seconda del duo Piazza-Grassadonia, Sicilian Ghost Story apre la Semaine de la Critique di Cannes 70 e si dimostra un film capace di dividere apertamente la critica. Difatti se da una parte la coppia di registi viene definita una base solida del nuovo cinema italiano, dall’altra parte della barricata si contesta la loro eccessiva autoreferenzialità e uno stile “vanitoso” e compiaciuto. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo.

Luna s’innamora del coetaneo Giuseppe, ma la madre di Luna non vuole che i due si frequentino perché il ragazzo è il figlio di un mafioso. Un giorno Giuseppe scompare e nessuno in paese sembra preoccuparsene. Luna non si dà per vinta e cerca di scoprire la verità.

Favola dark che pesca a piene mani dalla cronaca nera, Sicilian Ghost Story è, a conti fatti, un buon prodotto perché coniuga la necessità di mostrare la storia vera di un sequestro mafioso (e la conseguente omertà che ci ruota attorno) e un approccio che scansa le convenzionalità di genere, spostando la macchina da presa su una ragazzina innamorata, una delle tanti voci innocenti che non vogliono sottostare al gioco di orchi senza cuore. E il risultato è una storia cupissima, a tratti onirica e allucinata, ma pur sempre un fatto di cronaca nera decisamente raccapricciante.

E tutto ciò viene affrontato dai due registi attraverso un cinema di poche parole, quello che aveva caratterizzato Salvo e che definisce Sicilian Ghost Story; uno stile registico che predilige i lunghi silenzi, una fotografia naturale e mai artefatta, che ostenta un lodevole lavoro sul sonoro (e sulla musica) e che mette in scena momenti d’inquietante quotidianità. Tuttavia, nonostante si assapori l’autorialità, la pacatezza nel pesare ogni dettaglio e lasciar decantare i caratteri di ogni personaggio (c’è un’enorme cura nello sviluppo caratteriale di Luna, nel freddo e affettuoso atteggiamento della madre e nella resa del padre), Sicilian Ghost Story risulta poco incisivo e poco accattivante. Lo stile avvolgente, allegorico e litanico, con il passare dei minuti, non riesce a rapire lo sguardo dello spettatore, che si ritrova a osservare una “storia di fantasmi” che allunga il brodo a dismisura e non tocca i tasti giusti per farsi realmente coinvolgente. Difatti l’omertà di un intero paese, il silenzio che aleggia attorno a un crimine si dimostra un argomento che viene trattato a spizzichi e bocconi; quel che rimane è la lotta di una ragazza innamorata, che sogna e impazzisce passo dopo passo.

Sicilian Ghost Story viene dedicato al ricordo di Giuseppe Di Matteo (sciolto nell’acido per vendetta da Giovanni Brusca) e cerca di ritagliarsi il suo necessario posto all’interno del cinema italiano. Ma, come detto, lo stile non è tutto e l’insistito tentativo di farsi materia autoriale finisce per mettere in mostra un concetto povero (ricordare l’efferatezza mafiosa in maniera anticonvenzionale, facendo leva sull’anomalia visiva, su un onirico anelito di salvezza), che viene messo in scena in modo eccessivamente ridondante, così da perdere in incisività e in coinvolgimento emotivo.

Uscita al cinema: 18 maggio 2017

Voto: **1/2

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