Il diritto di contare di Theodore Melfi: la recensione

53492Tre donne per fare la storia

Tratto da fatti realmente accaduti, Il diritto di contare è un prodotto di affermazione di genere e di razza. Un film che eleva la figura della donna (considerata inferiore nel campo dello studio e dell’applicazione) e che non perde l’occasione per scagliare invettive nei confronti della segregazione razziale.

Katherine, Dorothy e Mary sono tre donne afro-americane che lavorano a Langley per la NASA come calcolatori. Non hanno un incarico definitivo, ma vengono destinate a varie mansioni. Per l’occasione Katherine viene assegnata al programma spaziale finalizzato al primo lancio di un uomo nello spazio.

La storia raccontata da Theodore Melfi è essenzialmente uno spaccato di emancipazione femminile; il fatto che le tre donne protagoniste della vicenda siano anche afro-americane è sostanzialmente un’aggravante, che il regista Melfi affronta con tatto, privandosi volutamente di numerose scene eclatanti. Sono due le sequenze in cui il tema della segregazione razziale (siamo in Virginia, non bisogna dimenticarlo) fuoriesce prepotentemente e si collocano al centro della pellicola: la prima vede la protagonista Katherine far valere (con vigore) le proprie rimostranze al suo capo, cercando di far capire che i bagni destinati a lei sono distanti 40 minuti dalla propria scrivania, la seconda è immediatamente successiva e vede Kevin Costner distruggere l’insegna “bagni per donne di colore”. Quest’ultima è il vero colpo di spugna che Melfi dà al tema razziale, presente per il resto della durata in maniera latente, ma non fondamentale per lo sviluppo della vicenda. Perché ciò che viene narrato all’interno di Il diritto di contare è una pagina sconosciuta della “corsa allo spazio” americana, che da sempre è stata coniugata al maschile. Ed è così che le vicissitudini di Katherine (matematico eccellente che con il duro lavora si fa rispettare e ascoltare), Mary (primo ingegnere donna della NASA) e Dorothy (colei che comprende la necessità di aggiornarsi in materia di computer e che fa funzionare il calcolatore IBM) vengono portate sul grande schermo in maniera convenzionale, ma non per questo meno appassionante.

Il diritto di contare si fa seguire fino alla conclusione, senza mai inciampare in qualche difficoltà narrativa. La regia di Melfi è solida e sa porre in luce tutti i dettagli del contesto che ruota attorno alla storia, senza mai forzare la mano per cercare la deriva patetica, stucchevole o moralista. E questa scelta è molto importante perché si entra in contatto con uno spettatore che è in grado di indignarsi senza sottolineature, di comprendere la stupidità umana che ha partorito entrate differenti negli edifici, posti differenti sugli autobus e bagni separati; cavalcare senza freni il tema della segregazione avrebbe creato un’evidente ridondanza e compromesso la riuscita dell’intero prodotto. Perché Il diritto di contare è cinema di riscatto femminile, laddove una donna non poteva essere considerata sullo stesso livello di un uomo davanti a calcoli o a studi di traiettoria. Il film di Melfi è un prodotto che sa raccontare con partecipazione una storia di rivalsa e rispetto, che vede in Octavia Spencer (Dorothy) la perfetta rappresentazione della donna sottostimata, che si rimbocca le maniche silenziosamente e ottiene ciò che vuole.

Uscita al cinema: 8 marzo 2017

Voto: ***

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