Arrival di Denis Villeneuve: la recensione

98153206ed6bfa3a5f7acbd98aa451eaInvito al dialogo e fantascienza umanistica

Fantascienza e umanità si fondono in una pellicola che invita al dialogo e non alla distruzione. Nel mentre affronta, con piglio complesso, temi come il tempo (circolare o lineare?), l’accoglienza (paura del diverso o di noi stessi?) e il dolore (già vissuto o in attesa?). Arrival ricorda Incontri ravvicinati del terzo tipo però approcciato in chiave moderna perché, se nel prodotto di Spielberg il mondo era pronto ad ascoltare gli ospiti (e a meravigliarsi di loro), nel film di Villeneuve il mondo è pronto all’auto-distruzione.

Louise, linguista di fama internazionale, è una madre inconsolabile a causa della morte prematura della figlia. Nel frattempo dodici astronavi sbarcano sul territorio terrestre e rimangono in attesa di contatto. Louise, insieme al fisico teorico Ian Donnelly, viene reclutata dall’esercito per comunicare con loro. L’obiettivo? Costruire un alfabeto comune per poter interagire con gli alieni.

Film che non ostentava la complessità delle tematiche affrontate, ma che finisce invece per sguazzarci dentro e rendersi coinvolgente e appagante, Arrival lascia un concetto dentro a ogni spettatore, che fatica ad andarsene. Infatti il film diretto dal sempre convincente Denis Villeneuve è estremamente diverso da un classico film di fantascienza perché si avvicina (concettualmente) a un genere che abbraccia il dramma, ingloba l’umano ed esibisce la morale. È questo che fa Arrival, un film che mette in guardia l’umanità intera, sempre pronta a scontrarsi pur di avere la supremazia, sedare le rivolte e cacciare lo “straniero”. Villeneuve disegna così la sua utopia, il suo desiderio tradotto in immagini su una bobina perforata, che eleva come eroi del “nuovo incontro ravvicinato” gli ottimi Amy Adams e Jeremy Renner. Lei linguista che vede la possibilità di studiare il senso e il concetto di un linguaggio sconosciuto, lui uno scienziato che analizza numeri e statistiche; una coppia che tenta di salvare l’umanità intera e ascoltare i consigli degli ospiti potenzialmente indesiderati.

Ma Arrival non è solamente dialogo, ascolto e cooperazione, ma anche un film che lavora sul tempo e sulla sua relatività, laddove il futuro (o il passato?) si riflette nel presente e viceversa. Villeneuve affronta la circolarità degli eventi, chiude un’ellisse, mostra le sue conseguenze e la necessità di viverle fino in fondo. Un film che utilizza un codice di accesso estremamente complesso, che dissemina qualche McGuffin e mostra il paradosso di un tempo che c’è e che non c’è, di un avvenimento che è accaduto oppure no.

Arrival appaga gli occhi e la mente, fa riflettere ed esibisce una meravigliosa fotografia di Bradford Young, che lucida i gusci alieni e fa comprendere la claustrofobia di una missione estremamente top secret. Un film che sente il bisogno di lanciare un messaggio d’aiuto a un pianeta sempre più sull’orlo della distruzione, che mostra l’inadempienza di eserciti e politica e fotografa la pazzia umana attraverso i lontani echi dei telegiornali. Arrival auspica il salvataggio da noi stessi, predica l’umano e la necessità di rimanere uniti. Un concetto semplice, che però assume le gigantesche sembianze di una desolante utopia.

Uscita al cinema: 19 gennaio 2017

Voto: ****

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