Il cliente di Asghar Farhadi: la recensione

53264Farhadi e la duplicità dell’immagine

Presentato a Cannes 69 e vincitore di due premi (miglior sceneggiatura e miglior attore), Il cliente è un film appassionante e coinvolgente. Un prodotto che usa il teatro e la dialettica per sublimare la quotidianità di una società in perenne cambiamento, mostrandolo attraverso una coppia e il dilemma morale a cui sono chiamati a rispondere.

Emad e Rana devono abbandonare il loro appartamento a causa di un cedimento strutturale. Si trovano così a dover cercare un nuova casa e vengono aiutati da un collega della compagnia teatrale in cui stanno recitando. Una volta terminato il trasloco, scoprono che la donna che abitava nella loro nuova casa non godeva di un’ottima reputazione. Una sera Rana, sola in casa, apre al citofono credendo che sia Emad, invece si tratta di un ex cliente della precedente inquilina, che aggredisce Rana.

Nonostante il titolo italiano abbia definito con più decisione il ruolo di un personaggio della vicenda, il titolo originale (Forushande o The Salesman, letteralmente “il venditore”) avrebbe fatto comprendere immediatamente il peso specifico che Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller ha nei confronti de Il cliente. Difatti Asghar Farhadi costruisce un sua personale visione dell’opera, effettuando correlazioni e confronti, confermando, allo stesso tempo, la sua predisposizione alla teatralità e alla messinscena dei sentimenti e delle inquietudini. Il cliente si esplica attraverso il testo teatrale e in alcune scene della tragedia (il film è sezionato idealmente in quattro spezzoni: “la prostituta”, “il confronto con lei”, “il confronto con lui” e “la morte”), che trovano nella pellicola la loro collocazione e il loro significato. Ed è su questo doppio piano visivo e uditivo a svelarsi il dramma di Emad e Rana, una coppia di attori molto affiatata sul palco e nella vita, che riflette i cambiamenti di una società iraniana in pieno stravolgimento, che è pronta a schiacciare chi non è “predisposto” ad adeguarsi.

Farhadi mette in scena le dinamiche umane e i sentimenti di chi ha subito un’ingiustizia, ma non vuole dar adito alla vergogna e alle possibili dicerie (perché la donna ha aperto all’uomo?) e di chi invece brama giustizia e un’umiliazione pubblica. Il regista iraniano, senza farsi mancare l’occasione di lanciare qualche invettiva nei confronti dello Stato (la censura e il radicato maschilismo), mette in scena un dramma credibile e fluido, che si lascia andare a qualche reiterazione di troppo solamente nelle battute conclusive (nonostante il pianto debba essere necessariamente esasperato e non moderato). Difatti Il cliente possiede una carica d’immedesimazione assoluta, laddove lo spettatore si sente parte di uno svelamento, di una resa dei conti, in cui vergogna e pietà si mischiano alla perfezione.

Il cliente è appassionante e frutto di un attaccamento nei confronti della parola, della messinscena e della loro doppia valenza. Infatti Farhadi è un regista in grado di innalzare la tensione solamente grazie alla giustapposizioni di immagini estremamente significative e di componimenti filmici dettagliati, un lavoro che permette allo spettatore di sentirsi parte del dramma e della sua duplicità. Luci, sipario. Applausi.

Uscita al cinema: 5 gennaio 2017

Voto: ****

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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