Rogue One: A Star Wars Story di Gareth Edwards: la recensione

rogueone_onesheeta_1000_309ed8f6I comprimari salgono alla ribalta

Chiamatelo come volete (prequel, spin-off o film-ponte che mostra la voglia di raccontare e costruire un universo Star Wars), sta di fatto che Rogue One: A Star Wars Story è un film giusto e coerente. Un prodotto nel quale il coraggio di pochi si riflette sulla speranza di molti.

Jyn Erso è la figlia di Galen Erso, un ingegnere ribelle costretto dall’Impero a completare una pericolosissima arma di distruzione di massa nota con il nome di Morte Nera. Per quindici anni Jyn cerca di dimenticare il padre, ma l’avvento di un pilota disertore (che deve consegnare un messaggio da parte di Galen a un amico di vecchia data) la costringe a cercare il padre insieme al capitano Cassian Andor e K2, il suo droide imperiale riprogrammato.

L’impressione è quella di assaporare un film spurio, che fa parte a tutti gli effetti della saga creata da George Lucas, ma che cerca anche di essere indipendente e in grado di camminare con le proprie gambe. Questa sensazione nasce dalla mancanza del logo Star Wars (e dello storico motivetto) in apertura e dall’assenza dei titoli di testa scorrevoli, come se il regista Edwards volesse distaccarsi (perlomeno formalmente) dalla storia raccontata nei precedenti sette episodi e dare maggior risalto a dei personaggi minori, degli anti-eroi riuniti in un gruppo profondamente eterogeneo votato alla sfida e al sacrificio. Infatti Edwards ha la tendenza ad alzare il velo e mostrare il dietro le quinte con un ritmo lodevole e una costruzione narrativa assolutamente avvincente.

In Rogue One: A Star Wars Story alberga la vendetta, il riscatto e la fiducia, tre tematiche importantissime che dominano le azioni dei protagonisti, laddove si ha la netta sensazione che la delineazione di personaggi femminili forti e decisamente emancipati sia frutto della presenza della Disney. Un cambio di rotta che si era già visto nel settimo episodio, ma che in quest’occasione è forse ancora più marcato perché venato da un senso di abbandono da parte del padre naturale e da quello putativo. Un doppio disagio che permette a Jyn di costruirsi un atteggiamento da dura e farsi scudo con una scorza difficilmente scalfibile.

Popolato da comprimari (l’apparizione di Darth Vader è decisamente marginale) e contraddistinto da una narrazione coerente e coinvolgente, Rogue One: A Star Wars Story è una favola avventurosa nella quale non vi è una forte contrapposizione tra il bene e il male (vero e proprio marchio di fabbrica della saga), ma una storia di riscatto e sacrificio che permette alla speranza di farsi largo.

Nonostante nelle sequenze conclusive Gareth Edwards indugi eccessivamente sulla battaglia spaziale tra l’Impero e l’Alleanza Ribelle, Rogue One: A Star Wars Story sottolinea dettagli e garantisce allo spettatore un avvincente punto di vista mai esplorato da poter aggiungere alla storia originale della famiglia Skywalker. Insomma la pellicola diretta da Gareth Edwards convince anche i più scettici e consegna al pubblico un gruppo di anti-eroi, di emarginati, di inadatti; un prodotto che aggiunge epica alla saga creata da Lucas e che possiede la sufficiente indipendenza per permettersi di raccontare una nuova storia.

Uscita al cinema: 15 dicembre 2016

Voto: ***1/2

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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