7 minuti di Michele Placido: la recensione

53024Quanto può influire una piccola richiesta?

7 minuti, tratto da un testo teatrale di Stefano Massini, a sua volta ispirato a una storia vera francese, concentra in modo adeguato l’impegno civile e appassionato del Placido regista. Un dramma da camera insistito, che ricorda vividamente La parola ai giurati di Sidney Lumet.

L’azienda tessile Varazzi naviga in cattive acque ed è in procinto di siglare un accordo con degli imprenditori francesi. Le operaie attendono il passaggio di proprietà per capire le reali intenzioni dei nuovi proprietari e pendono dalle labbra della delegata sindacale Bianca, che sta assistendo al tutto. Dopo 5 ore Bianca scende in fabbrica e comunica alle altre 10 ragazze del consiglio decisionale operaio che tutti manterranno il posto, ma a una condizione: dovranno decurtarsi la pausa pranzo da 15 minuti a 8 minuti.

Pellicola che esibisce un buon pretesto per permettersi di allargare il raggio d’azione e parlare dell’aberrante situazione lavorativa attuale, 7 minuti è un dramma civile e morale racchiuso in una stanza, nella quale ogni protagonista si confronta con la collega, si batte il petto e fa valere le proprie ragioni. È su questa reiterazione di gesti, di comportamenti e ripensamenti che Placido costruisce il film; d’altronde essendo tratto da un testo teatrale risulta fondamentale erigere dei dialoghi credibili, delle interazioni coinvolgenti e autentiche, soprattutto per un pubblico a cui serve l’immedesimazione per comprendere appieno il discorso che Placido vuole portare avanti. Soffermandosi su un campionario, operaio e femminile, eterogeneo (le madri di famiglia, l’invalida, le immigrate, la madre e la figlia incinta, l’arrogante, la neo assunta e la delegata sindacale), il regista ha la possibilità di scorrere in successione reazioni e decisioni, modalità d’approccio al problema e conflitti personali, amicizie e convenienze. Un excursus che porta i personaggi a sgomitare davanti alla macchina da presa, litigare e sentirsi in gabbia come animali, in una lotta al massacro dialettico e accusatorio.

Prodotto che vede Ottavia Piccolo, colei che muove i primi dubbi, la memoria storica di una fabbrica che col passare degli anni ha chinato troppe volte la testa davanti ai padroni per mantenere il posto di lavoro, in splendida forma recitativa, accompagnata dall’insospettabile Fiorella Mannoia, 7 minuti parla del lavoro, di come è cambiato (in peggio) e di come i diritti dei lavoratori siano stati calpestati più volte sull’altare del guadagno. Un film che tratta un tema importante partendo da una piccola richiesta, una postilla che però fa comprendere la situazione drammatica del mondo lavorativo, un macrocosmo in cui vigono le regole dell’accondiscendenza.

Ostentando un buon sviluppo e un buon approccio alla tematica affrontata (la tensione, seppur non eccessivamente palpabile, è presente e coinvolge lo spettatore), il film diretto da Placido eccede in alcuni passaggi e perde d’incisività in chiusura, ma nonostante ciò si rivela un’interessante messinscena che affronta il tema dell’erosione dei diritti dei lavoratori (in balia dell’attuale compravendita selvaggia di aziende) con sincerità e correttezza. Un prodotto d’indignazione profonda, destinato a scuotere le coscienze e che, nonostante tutto, possiede l’onestà intellettuale di propendere per una decisione, senza però esibirla spudoratamente. Difatti le rimostranze nei confronti dell’accettazione della proposta sono egoisticamente valide e non per questo da condannare.

7 minuti s’ispira allo sviluppo decisionale di La parola ai giurati, ma non ha nulla a che vedere con Due giorni, una notte dei Dardenne, un film che tratta lo stesso tema, ma in modo assolutamente personale. Diversa è la scelta di 7 minuti, laddove il gruppo (e non il singolo) deve lottare per cambiare le cose e potersi guardare allo specchio la mattina seguente. Anche solo per 7 minuti.

Uscita al cinema: 3 novembre 2016

Voto: ***1/2

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