Knight of Cups di Terrence Malick: la recensione

knight-of-cups-posterMalick fa (ancora) il filosofo, ma stavolta è fumoso

Pellicola che, idealmente, chiude la trilogia esistenzialista di Malick (The Tree of Life s’interrogava sul ruolo della religione nella condizione umana, mentre To the Wonder analizzava l’amore), Knight of Cups affronta le domande relative alla vita, fotografando l’errare confuso di uno sceneggiatore cinematografico.

Rick è uno sceneggiatore donnaiolo con una forte crisi d’identità. Un percorso costellato di feste, immersioni nella futilità e di domande prive di risposta.

Nonostante il cast fitto di star (Christian Bale, Cate Blanchett, Imogen Potts, Teresa Palmer, Freida Pinto, Natalie Portman e Antonio Banderas), Knight of Cups è la rappresentazione del delirio cinematografico di Terrence Malick. Difatti quest’ultima pellicola è mancante di un filo logico (o perlomeno di un filo conduttore in grado di ricomporre i pezzi) e porta alle estreme conseguenze lo stile pretenzioso e insignificante del regista nativo di Ottawa (Illinois).La macchina da presa, sempre in movimento, è portatrice di una sequela di inquadrature sbilenche (talvolta fotografano il cielo, altre volte la terra), le immagini dei paesaggi, che mozzano il fiato, interferiscono violentemente e le battute (frammentate, gettate verso lo spettatore con poco riserbo e rigorosamente recitate fuori quadro) divengono l’unico contatto con una sorta di linearità narrativa.

Knight of Cups riflette sulla vita e mostra un personaggio principale che si presenta come un cavaliere errante alla ricerca di una perla, ma che, una volta ingurgitata una bevanda, si dimentica del suo scopo. Tuttavia la riflessione (sezionata in diversi capitoli, che richiamano ognuno una carta dei tarocchi) è sterile e non porta a nulla, mentre le paillettes, le feste e il sesso occasionale di Hollywood (ma anche di Las Vegas) inebriano la mente e confondono. Accompagnato dai rimandi familiari di un saggio padre e di un incontrollabile fratello, Rick prosegue il suo cammino verso il nulla e si lascia alle spalle un matrimonio fallito (Cate Blanchett) e il possibile amore della sua vita (Natalie Portman), finendo per abbandonare tutto e ricominciare da capo.

Frutto di un estetismo autocompiaciuto e di accenni di filosofia spicciola (la ricerca dell’io si perde in paesaggi a perdita d’occhio e nel caos dello show biz), Knight of Cups è un prodotto che non tenta di addentrarsi in pericolose spiegazioni delle motivazioni della vita. Laddove il dolore deve essere alla base dell’esistenza (e viene detto da un prete), la saggezza paterna può aiutare a superare le difficoltà, mentre la perdizione crea confusione e allontana dai propri scopi; Malick esibisce pochi concetti e si tramuta in un narratore presuntuoso e sterile. Un regista che, da quando ha stilisticamente sperimentato e filosofeggiato in modo criptico con The Tree of Life, ha perso la strada maestra per non farvi, probabilmente, più ritorno.

Uscita al cinema: 9 novembre 2016

Voto: *1/2

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