The Assassin di Hou Hsiao-hsien: la recensione

mv5bntczmtk3mjmyov5bml5banbnxkftztgwmja2mjk4nje-_v1_uy1200_cr9006301200_al_Melodramma orientale visivamente affascinante

Vincitore del premio per la miglior regia a Cannes 68, The Assassin è un prodotto meditativo, che esibisce una folgorante fotografia pittorica. Tuttavia ciò che si dimostra carente è la vicenda narrata che, tra un lungo silenzio e qualche rivelazione, viene snocciolata con scarso interesse.

Cina, IX secolo. La dinastia Tang governa il Paese, ma i governatori della provincia minacciano il suo dominio. L’ordine degli assassini è incaricato di eliminarli e Yinniang è una delle sue componenti. La sua maestra le ordina di tornare alla sua città natale e di uccidere Tian Ji’an, suo cugino e promesso sposo.

Al centro della pellicola diretta dal taiwanese Hou Hsiao-hsien muove i suoi passi un’assassina di professione, ma è decisamente evidente che, come il resto del cast, è semplicemente uno “strumento” utile a far risaltare i fantastici paesaggi di una Cina rurale. Difatti in The Assassin si rimane assolutamente affascinati dalla fotografia (estremamente curata e ispirata dalla pittura classica cinese) e da una regia che, con pochi movimenti di macchina e prediligendo uno sguardo trasversale e distaccato, diventa un elemento imprescindibile per la riuscita del film. Ciò che invece può sembrare mancante o poco approfondita (sebbene i nodi narrativi vengano al pettine e anche la scarna sceneggiatura trovi lo spazio necessario per mostrarsi) è la storia su cui i personaggi principali (l’assassina Yinniang e il governante Tian Ji’an) muovono i loro passi e in cui vengono pesate le loro sensazioni. Infatti sono le sensazioni, piuttosto che i sentimenti, a governare The Assassin e vengono tradotte principalmente in vendetta, amore, punizione e coscienza. Questi quattro “elementi” che movimentano la pellicola passano attraverso i gesti immobili dei protagonisti e le loro reazioni. Una scelta che accentua il melodramma e rallenta la narrazione che, talvolta, si ferma a contemplare il paesaggio, perdendosi dei passaggi logici finalizzati alla comprensione conclusiva. Ed è proprio per questo motivo che lo spettatore, pur rimanendo sbalordito dalla cura fotografica e da una messa in scena pulita e priva di inutili virtuosismi, si può facilmente smarrire nello svolgimento della vicenda.

Molto più melodrammatico che wuxia (il classico “cappa e spada”, genere con l’eroico cavaliere che combatte all’arma bianca ed è privo di un padrone da servire), The Assassin in un rigoroso e, talvolta, logorante silenzio trova la sua dimensione e ostenta uno stile registico assolutamente unico, laddove la protagonista è sempre osservata con inusuale distacco, come se fosse un’apparizione fugace all’interno di un altro avvenimento. Il regista taiwanese costruisce il suo prodotto sul sentimento di vendetta cieca e commissionata, che poi si tramuta in comprensione coscienziosa, una base solida su cui la vicenda si sviluppa e alterna bellissimi paesaggi ad assordanti silenzi. Un modo di fare cinema che si sposa alla perfezione con la cultura orientale, giustamente attenta alle tradizioni, all’obbedienza, ma anche improntata sulla coscienza personale, quest’ultima fondamentale per definire e mettere in mostra l’incondizionata umanità.

Uscita al cinema: 29 settembre 2016

Voto: ***

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