Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti: la recensione

locandinaLa presunzione non porta plausi

Presentato in concorso a Venezia 73, Spira Mirabilis è il documentario che fa di tutto pur di farsi “odiare”. Difatti il prodotto di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti possiede la presunzione di voler trattare il tema dell’immortalità come gesto umano che resiste al logorio del tempo, ma finisce per rivelarsi inconcludente per lunghi tratti; non basta il colpo di coda a salvarlo.

Ci si aspettava un film sperimentale, che osasse con cognizione e che riuscisse a coinvolgere lo spettatore in un viaggio ermetico e metafisico. Ci si aspettava tutto ciò, invece Spira Mirabilis dimostra supponenza e una certa ridondanza fine a se stessa. Ed è un vero peccato perché lo spettatore si scontra con un prodotto che, seppur di facile (?) comprensione, ostenta una partitura sonora reiterata all’infinito, come se fosse un gesto quotidiano e riconoscibile. Perché le quattro gesta  che i due registi narrano sono delle dimostrazioni (a detta loro) di ciò che di buono un umano può fare prima di morire, lasciando un’indelebile impronta nell’immortalità. E allora ecco che, alternandosi diligentemente, il pubblico va a conoscere una tribù di nativi che ha combattuto (e perso) per la propria terra in tempi non sospetti, due artisti svizzeri che si cimentano nella costruzione dell’hang, alcuni artigiani che ristrutturano le statue del Duomo di Milano e uno scienziato giapponese che ha scoperto una medusa che si rigenera e ringiovanisce ogni volta che il suo ciclo di vita finisce. Quattro storie che vengono narrate con dovizia di particolari e con un interesse particolare al suono (invasivo, partecipativo), che accompagna ogni gesto e ogni silenzio.

Nonostante un compimento conclusivo, che permette la riflessione e anche la commozione, Spira Mirabilis si trascina stancamente in direzione di un obiettivo che non raggiunge o che riesce a cogliere con immensa fatica. Perché D’Anolfi e Parenti si lasciano andare a una sperimentazione complicata: laddove non esiste una partitura dialogica o narrativa la pellicola si perde nella reiterazione di una quotidianità che non rende immortali ma comuni.

Accompagnato da una serie di immagini suggestive, ma talvolta non pienamente funzionali al “racconto”, Spira Mirabilis è un facile esempio di cinema riflessivo, ovvero che si piega su se stesso e si interroga sulla permanenza umana nel mondo e, seppur l’argomento si prospetti lodevole e bisognoso di ulteriori approfondimenti, D’Anolfi e Parenti finiscono per innamorarsi del proprio lavoro, sottolineando con elevato (ma non necessario) lirismo ogni singolo frame.

Alberto Berbera, presidente della Mostra del Cinema, ha dichiarato che ciò che hanno composto D’Anolfi e Parenti è “cinema”, tuttavia non è il cinema delle attrazioni dei sovietici e nemmeno il cinema narrativo degli americani; come già anticipato Spira Mirabilis è cinema riflessivo, che non cerca il favore del pubblico, ma cerca di farlo riflettere. Nonostante ciò è proprio questo approccio a definire la materia che i due registi hanno trattato e modellato per esibire le mire di “quattro personaggi”, che si ritrovano e si perdono ogni volta che lo schermo diventa nero e viene riempito da suoni e rumori. Nel mentre l’interesse scende sempre più e la parola “morte” si avvicina in modo inesorabile, chiudendo un cerchio imperfetto e, perlopiù, noioso.

Uscita al cinema: 22 settembre 2016

Voto: **

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