Blair Witch di Adam Wingard: la recensione

53460Un sequel privo di motivazione

Sequel ufficiale di The Blair Witch Project (il protagonista è il fratello di Heather, una dei tre ragazzi scomparsi vent’anni prima), Blair Witch naturalmente aggiorna il materiale tecnologico a disposizione e si permette di mostrare qualcosa in più. Il risultato è altalenante, anche se la tensione messa a disposizione dello spettatore è tangibile.

James, fratello di Heather, è convinto che la sorella scomparsa sia ancora nella foresta di Blair. Un giorno trova online un video, che sembra confermare, le sue convinzioni; così decide di avventurarsi nella foresta insieme a tre amici.

Quando si parla della strega di Blair si va immediatamente a pensare al found footage, alla gigantesca campagna di marketing del 1999 e all’enorme successo che il film ha ottenuto al botteghino. Di conseguenza, se giunge nelle sale il sequel ufficiale della pellicola di 17 anni fa, si può facilmente immaginare che il richiamo sia simile; invece negli anni il found footage ha subito dalla macchina produttrice un esagerato abuso (attualmente con risultati pessimi) e il genere horror ha abbattuto molte barriere. Per questi motivi il sequel del prodotto targato Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez (scomparsi nell’oblio dopo la realizzazione del film) potrebbe non avere vita facile nel mare magnum della distribuzione cinematografica.

Nonostante tutto ciò, Blair Witch possiede un evidente punto a favore ed è rappresentato da Adam Wingard, un regista che ha saputo farsi apprezzare con You’re Next e che riesce a infondere un alone di tensione diffusa, che permette al film di non essere completamente disprezzabile. Dopotutto la trama ricalca senza remore il precedente episodio, mentre l’escalation di salti sulla sedia tira dritto in direzione di un finale che rimette in discussione le convinzioni delle battute iniziali. Ed è proprio per questo motivo che Blair Witch lascia una riflessione a fine visione, perché la maledizione notturna che affligge il gruppo di ragazzi è qualcosa che non si ripete solamente, ma che diviene una chiave di lettura sull’intero sviluppo della vicenda.

Contraddistinto da droni, telecamere invisibili e una frenesia caotica delle immagini (accompagnata da urla inconsulte in favore di camera), Blair Witch è un sequel che, nonostante qualche trovata interessante, non ha molta ragione di esistere, perché, obiettivamente, solamente pensare di raggiungere gli incassi del primo episodio è pura utopia.

Uscita al cinema: 21 settembre 2016

Voto: **1/2

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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2 pensieri su “Blair Witch di Adam Wingard: la recensione

  1. Ciao, cosa pensi invece del capostipite? Solo efficacia campagna di marketing come hai sottolineato o anche film di una certa rilevanza? Sono curioso del tuo parere amche perché non ho una chiara opinione sulla pietra miliare del 99…

    • Bisogna fare una premessa: il found footage, l’idea di far credere che gli attori siano scomparsi nascono con il nostrano Ruggero Deodato per Cannibal Holocaust. Di conseguenza The Blair Witch Project non ha inventato nulla, ha semplicemente scopiazzato un concetto e cavalcato l’onda di un Internet agli albori. Detto ciò il mio giudizio sul primo episodio è legato allo sfruttamento di una tensione in crescendo costruita attraverso rumori fuori scena o improvvisi cambiamenti…nel 1999 funzionava perché era la novità, ai giorni nostri meno!

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