Man in the Dark di Fede Alvarez: la recensione

53106Cattivo e disturbante, l’opera seconda di Alvarez nasconde la minaccia nel buio

Secondo lungometraggio dell’uruguaiano Fede Alvarez, Man in the Dark non possiede il dono dell’originalità, ma mette in mostra qualche colpo di scena e una sanissima cattiveria.

Rocky vuole assolutamente lasciare Detroit per la California. Alex e Money, il suo ragazzo, la aiutano a svaligiare case e quest’ultimo crede di avere individuato il colpo grosso nel villino di un veterano rimasto cieco in Vietnam e che ha ricevuto un grosso risarcimento in seguito alla morte della figlia in un incidente stradale. Purtroppo i tre ragazzi si renderanno conto che l’anziano è tutt’altro che indifeso.

Se con il remake de La casa aveva saputo terrorizzare il pubblico, rimodellando la figura dell’eroico Bruce Campbell sull’esile corpo di una giovane ragazza, Fede Alvarez con Man in the Dark (“traduzione” italiana dell’originale Don’t Breathe, molto più calzante) prosegue nella sua ricerca di suspense abbracciando il genere thriller, con una vicenda nella quale vittima e carnefice continuano a confondersi. Infatti la rapina, perpetrata da tre ragazzi buoni a nulla, nella casa di un veterano del Vietnam completamente cieco, si tramuta in un gioco al massacro completamente al buio, atmosfera utile per far fare qualche salto sulla sedia non preventivato. Tuttavia ciò che è maggiormente evidente all’interno di Man in the Dark è la cattiveria che muove la mano della “furia cieca”, un brutale e sadico anziano che ribalta prontamente la situazione a proprio favore.

Accompagnato dal centrale tema morale della cattiva azione (di fronte ai soldi non si guarda in faccia nessuno, soprattuto se servono per allontanarsi dalla economicamente depressa Detroit), da un sottile confronto generazionale (giovani contro anziano) e da una questione di gender appena sussurrata (la donna vista come modello eroico nonostante le sue azioni riprovevoli), Man in the Dark è un film meno riuscito del precedente, ma dimostra tutto il talento di Alvarez. Perché la sua bravura si cela in una costruzione narrativa che, a causa dei continui scambi di ruolo (vittima-carnefice), tiene lo spettatore attaccato alla poltrona, senza necessariamente sguazzare nel sangue de La casa. Difatti Man in the Dark non lascia spazio al gore più estremo, anzi preferisce lasciarsi abbracciare da una diffusa cattiveria, che contraddistingue ogni gesto e ogni azione. Insomma la pellicola di Alvarez è un’interessante variazione stilistica del classico genere horror “case infestate” e si dimostra in grado di tenere alta la suspense con sequenze decisamente degne di nota, quando lo spavento è reale e non costruito in modo banale e facilmente riconoscibile.

Uscita al cinema: 8 settembre 2016

Voto: ***

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