Tom à la ferme di Xavier Dolan: la recensione

maxw-654Il thriller psicologico con la sindrome di Stoccolma

Quarto film diretto da Xavier Dolan (presentato in concorso a Venezia 70), Tom à la ferme è un prodotto che mischia grottesco e thriller, verità e menzogna, mentre il protagonista (lo stesso Dolan) si sente ingabbiato in una situazione contemporaneamente pericolosa e invitante. Una commedia psicologica, nella quale balena la “minaccia” del focolare familiare e un accenno di sindrome di Stoccolma.

Tom ha amato Guillaume profondamente e vorrebbe condividere questo sentimento con la famiglia di lui. Così decide di raggiungere la fattoria della famiglia per partecipare al funerale del suo amato. Tuttavia la madre non è a conoscenza dell’omosessualità del figlio, mentre il fratello omofobo costringe Tom a mentire sulla natura della relazione con Guillaume. Nonostante ciò, il fratello non lo lascerà tornare a Montreal.

Seppur il tema trattato paia sempre lo stesso (l’omosessualità, la difficoltà nel confrontarsi con una società spesso omofoba e incapace di comprendere), ciò che fa Dolan è unico e inimitabile. Lo sguardo, sempre attento a sottolineare un aspetto marginale dell’esistenza dei personaggi ma, contemporaneamente, estremamente significativo, è quello di un regista che con Tom à la ferme raggiunge una maturità registica interessante, limando quelle imperfezioni che rendevano il processo creativo, seppur accattivante, un pelo grezzo. Difatti con quest’ultimo prodotto è in grado di posizionare la macchina da presa a volte con estremo rigore (come tutte le sequenze realizzate in focale lunga della familiare e asettica cucina), mentre in altre occasioni con appassionato fervore (i primi piani di ogni personaggio in un campo-controcampo incalzante ed estremamente carico di pressione oppure con lo stringimento del quadro in 16:9 per una scena d’inseguimento). Un talento che negli anni ha dimostrato di potersi meritare lo status di enfant prodige del cinema mondiale.

Thriller psicologico, che esibisce degli elementi grotteschi apprezzabilissimi, Tom à la ferme è pregno di omofobia, di menzogne e verità, laddove lo status quo familiare è intaccato da fattori esterni (nella fattispecie Tom) e viene amorevolmente (?) mantenuto da un robusto campagnolo, che mette in mostra più di uno spiccato interesse nei confronti del suo sesso. Dolan gioca con la sessualità e i suoi bizzarri punti di vista, mentre la minaccia sussurrata è sempre più incombente e la voglia di non allontanarsi (un velato accenno alla sindrome di Stoccolma) è più stringente di qualsiasi altro sentimento.

Avvolto da una campagna canadese desolante, nella quale il protagonista Tom fatica a ritrovarsi, ma non fatica a rendersi utile, Tom à la ferme è uno di quei prodotti che nasconde nei meandri delle sequenze nuovi punti di vista e dettagli utili a comprendere il significato profondo di una sorta di “villeggiatura forzata”. Un film che si differenzia dalle dramedy del panorama odierno, perché non fa leva sui patetismi spiccioli o su una stucchevolezza di fondo. Il percorso di Tom all’interno della fattoria, in cui si deve fingere qualcun’altro e quindi non è in grado di esprimere emozioni sincere, è invitante e procede a strati. Un film che parla di omosessualità negandola e che pone come ostacoli insormontabili un lutto e una violenta omofobia.

Uscita al cinema: 6 luglio 2016

Voto: ****

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