L’uomo che vide l’infinito di Matt Brown: la recensione

posterPiatto e in costante ricerca di un’emozione

Biografico dal sapore convenzionale, L’uomo che vide l’infinito possiede gli strumenti per raccontare il genio intuitivo di Ramanujan; eppure decide di infarcire la storia di pathos dalla lacrima facile. Ed ecco che il piacere della scoperta e la manifestazione di un genio che dichiara, ironicamente, che ogni intero positivo è un amico personale si perdono in una valle di lacrime e nell’ostentazione di un’amicizia solida e rispettosa.

1912, India. Il giovane matematico autodidatta Ramanujan decide di inviare a G.H. Hardy, un professore universitario inglese, le sue formule. Hardy visiona il lavoro di Ramanujan e lo invita al Trinity College di Cambridge.

Ennesimo biopic dedicato alle menti eccelse della matematica o della fisica, L’uomo che vide l’infinito è il classico film di genere che, romanzando le vicende per renderle simpaticamente o tragicamente empatiche, si perde per strada e fatica a trovare (se non nella battute conclusive) la direttiva da imboccare per definire la pellicola e la sua riuscita. Purtroppo il film diretto da Matt Brown, e adattato dal bestseller scritto da Robert Kanigel, non riesce nel suo intento di trattare in modo adeguato tutti gli argomenti sviscerati dalle immagini: il razzismo degli accademici inglesi nei confronti dell’umile Ramanujan, la difficoltà di adattamento da parte del giovane indiano e l’orientale intuito “divino” che si scontra con la razionalità occidentale sono solo alcuni dei temi che trovano spazio all’interno del film. Mentre il contesto del Trinity College viene avvolto dall’avvento della Prima Guerra Mondiale e da una malattia incurabile, che non piega lo spirito di Ramanujan.

Caratterizzato dalla recitazione estremamente rigorosa di un Jeremy Irons in stato di grazia, L’uomo che vide l’infinito ha l’interesse di raccontare la vicenda del geniale matematico privo di un’adeguata istruzione, ma finisce per mettere principalmente in scena la sua amicizia con il mentore G.H. Hardy. Una scelta che fa rallentare il ritmo della pellicola e le toglie attrattiva perché, in fin dei conti, si ha a che fare con una vicenda a tratti appiattita e a tratti enfatizzata, come solito del genere.

Insomma L’uomo che vide l’infinito è il biopic che cerca l’emozione a più riprese senza mai trovarla. L’indiscussa genialità del protagonista è affrontata con sporadica noncuranza, fino a quando la sceneggiatura non richiede che le scoperte del matematico indiano vengano poste in primo piano. E in quel momento cominciano a scorrere i titoli di coda.

Uscita al cinema: 9 giugno 2016

Voto: **1/2

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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