Marguerite e Julien di Valerie Donzelli: la recensione

margueriteetjulien-310x421L’amore senza epoca della Donzelli è pretenzioso e presuntuoso

Quarto film da regista per Valerie Donzelli e primo vero inciampo: la presunzione di mettere in scena una sceneggiatura di Jean Gruault del 1971 rifiutata da Francois Truffaut si rivela decisamente controproducente. Il tema è spinoso, ma ciò che fa maggiormente storcere il naso è l’impressione che la regista transalpina non sappia che direzione prendere, sottolineando rimandi stilistici (Truffaut su tutti) e superficiali intellettualismi.

Marguerite e Julien sono due fratelli che si amano sin dall’infanzia. Crescendo il loro affetto si trasforma in un sentimento inaccettabile per qualsiasi società di qualsiasi epoca.

Tonfo clamoroso da parte della Donzelli, Marguerite e Julien esibisce la vera storia d’amore incestuosa tra i due fratelli de Ravalet, condannati a morte nel 1603 per adulterio (essendo Marguerite già sposata con un esattore statale). Pretenzioso e privo di una precisa direttiva, il film ostenta commistioni di varie epoche (per sottolineare la mancanza di un’unità temporale precisa) e mette in mostra un’amore che considerare puro sarebbe scorretto. Tuttavia la Donzelli prende una strada differente per definire la passione impressa su pellicola, ovvero considera come destino la loro unione e non prende in considerazione la possibilità che la morale e le convenzioni sociali possano prendere il sopravvento e mischiare le carte. Marguerite e Julien definisce la passione, il peccato (seguendo l’accezione puramente cristiana) e insegue disperatamente il perdono, che non trova libera espressione perché assolutamente mancante.

Contraddistinto da una fotografia retrò e da scelte stilistiche ardite, anticonvenzionali e vagamente radical chic, Marguerite e Julien pone al centro della macchina da presa baci rubati, sguardi appassionati e fughe liberatorie, il tutto centrifugato in uno sguardo privo di lucidità, che non sa se enfatizzare il dramma o appiattire i toni per rendere la vicenda maggiormente comprensibile ed emotiva.

Kitsch, farsesco e mancante di una logicità narrativa (la voce fuori campo che interviene maldestramente è quella di una giovane donna, che racconta la storia a un folto pubblico di bambine all’interno di un’orfanotrofio), Marguerite e Julien prende una direzione ibrida, ma perde ben presto la bussola, mentre la Donzelli pecca in presunzione, tratteggiando con superficialità i caratteri dei due protagonisti, privi di uno spessore assennato.

Rifuggendo la fedeltà storica e inseguendo la natura dell’amore concepito come destino, Valerie Donzelli ostenta una sicurezza, che però rivela una costruzione cervellotica e una presunzione registica nel voler tratteggiare una coppia che “non esiste” e che nessuno vuole che esista.

Uscita al cinema: 1 giugno 2016

Voto: *1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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