Tangerines di Zaza Urushadze: la recensione

large_h4EMWGC4ZvxtpXPdeEXK6qtNkleL’insensatezza della guerra e la capacità di comprenderla

Nominato all’Oscar 2015 per la sezione miglior film straniero, Tangerines è un piccolo gioiello, contraddistinto da una sceneggiatura scarna e da un messaggio vivido: la guerra è un gesto sconsiderato e privo di senso logico.

Nel 1990 Ivo e Margus, due estoni, tentano di resistere su una terra ambita dai georgiani e dagli abcasi. Ivo costruisce cassette in legno, mentre Margus vuole completare il suo raccolto di mandarini prima di raggiungere la sua famiglia in Estonia. Purtroppo un giorno davanti alle loro case si scontrano un gruppo di georgiani e di mercenari ceceni. Due sono i soldati rimasti feriti, costretti a convivere nella casa di Ivo fino a che non si saranno ristabiliti e potranno uccidersi l’un l’altro.

Piccola e intimista pellicola estone, diretta da un georgiano e interpretata dal più grande attore del paese baltico, Tangerines si deve necessariamente gustare in modo lento, senza fretta; perché il messaggio (reiterato e privo di originalità, ma espresso con chiarezza e senza troppi giri di parole) deve oltrepassare il contesto rurale di una porzione di terreno della ex-Unione Sovietica (la Abcasia) e farsi universale. Difatti Zaza Urushadze cerca di mettere in mostra l’umanità, l’onore di due uomini che, se dapprima sono dei nemici giurati, successivamente si dimostrano esseri umani possessori di senno e capaci di comprendere l’insensatezza di un conflitto. Il mediatore di tale confronto, a cui non vengono lesinati insulti, provocazioni e qualche distensivo sorriso, è un lavoratore del legno, un uomo isolato nel luogo che ama e odia allo stesso tempo. Nel frattempo la coltivazione di mandarini dell’amico Margus necessita di un raccolto, perché è vero che la guerra incombe ma è anche un peccato mortale sprecare una coltivazione così rigogliosa.

Tangerines parla con il cuore ed è estremamente umano, esibisce un contesto desolante e un impianto narrativo teatrale, che sottolinea ogni piccolo gesto e ogni parola. Il film diretto da Urushadze non mette in mostra una vicenda particolarmente avvincente, eppure possiede un tocco delicato ed emozionante, che non può non rimanere impresso. Un prodotto che predica la pace, riflette sull’assurdità della guerra e si chiede se c’è differenza tra uomini morti, di una o dell’altra razza. Una domanda che si pone alla base di tanti conflitti, nei quali l’orgoglio e l’odio divengono, purtroppo, strumenti imprenscindibili.

Uscita al cinema: 26 maggio 2016

Voto: ****

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