Fiore di Claudio Giovannesi: la recensione

a3104402-c21c-4b89-a446-44faf9c65021_jpg_1003x0_crop_q85I ragazzi difficili del carcere giovanile, in cui si ama e si pensa alla libertà

Presentato alla Quinzaine di Cannes 69, Fiore fa tornare Giovannesi nella periferia romana. Esibendo uno sguardo interessante e mai enfatico, il regista romano disegna un amore tra le sbarre di un carcere giovanile, laddove la privazione di libertà assume un concetto più ampio della sola impossibilità di uscire.

Daphne è una giovane ribelle, che viene condotta in riformatorio per aver rubato un cellulare. La famiglia di Daphne rileva una madre assente e un padre amorevole, ma in estrema difficoltà. In carcere la ragazza conosce Joshua, un ragazzo che le dimostra un’attenzione particolare.

Pellicola che si colloca a metà strada tra il teen movie e il prison movie, Fiore mette nuovamente in evidenza l’interesse primario del regista, ovvero raccontare la periferia romana attraverso personaggi border line, preferibilmente adolescenti. Questa pellicola racchiude l’obiettivo del regista e si aggrappa a Daphne, una giovane ragazza che si mantiene con qualche furto e che non ha un posto dove vivere; il padre (un intensamente goffo Valerio Mastandrea) è un ex-galeotto che non vuole prendersi la responsabilità di una figlia, mentre la madre non viene menzionata. Il carattere “fumantino” e solitario di Daphne non le permette di intessere rapporti con le altre detenute e la sua quotidianità alterna isolamenti a rapporti disciplinari, mentre l’inquietudine le si disegna su un volto bisognoso di affetto e di libertà. L’unico motivo che le alleggerisce la permanenza in carcere è il rapporto epistolare con Joshua, che si tramuta in ardente passione, che però non può oltrepassare le sbarre di una cella.

Ostentando uno stile che pare ossessionato dalla figura di Daphne (una sedicenne pronta a fuggire per riappropriarsi della propria libertà e per vivere un amore fugace e privo di solidità, fatto di sguardi rubati e promesse bagnate d’inchiostro), Fiore è il secondo tassello della cinematografia di Giovannesi dedicata alla periferia romana. Difatti già Alì ha gli occhi azzurri aveva messo in mostra il talento dell’autore (la macchina da presa sempre in movimento e pronta a cogliere ogni impercettibile dettaglio), che però in quell’occasione pagava dazio nei confronti di un’insistita ricerca di enfatica drammaticità e nei confronti dell’ispirazione pasoliniana del racconto. Diversamente in Fiore Giovannesi è più rigoroso e lineare nel mettere in scena i tumulti, gli sbalzi (d’amore e d’umore) della protagonista, che si mette al servizio della pellicola per rendere maggiormente verosimile una storia di periferia desolante, laddove quest’ultimo aggettivo non passa attraverso le immagini, ma attraverso le parole e le condizioni dei protagonisti.

Interamente girato all’interno di una prigione giovanile, Fiore è un prodotto che denota una certa mancanza d’incisività quando la sceneggiatura soffre di momenti di stanca. Nonostante ciò si può facilmente apprezzare la ricerca di autorialità di Giovannesi, un regista in grado di raccontare l’adolescenza di periferia, pregna di frustrazioni e rabbia repressa. Insomma un film che racconta un’esistenza turbolenta, ma non priva di speranza, che viene sfiorata in modo incosciente e irrazionale; tre mesi per far sbocciare un “fiore”, un atto liberatorio.

Uscita al cinema: 25 maggio 2016 (Roma e Milano), 1 giugno 2016 (resto d’Italia)

Voto: ***

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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