Zona d’ombra di Peter Landesman: la recensione

51541Retorico e privo di mordente. La scoperta di Omalu è poco coinvolgente

Racconto convenzionale privo di picchi eccelsi, ma pregno di stratagemmi costruiti per creare commozione, Zona d’ombra è la pellicola che narra la scoperta del dott. Omalu, un uomo totalmente d’altri tempi, interpretato in modo monocorde da Will Smith.

Nel 2002 l’anatomopatologo Bennet Omalu, nigeriano emigrato a Pittsburgh, si trova a indagare sulle cause della morte di Mike Webster, leggenda del football americano finito in disgrazia e costretto a vivere in un pick-up. La sua scoperta metterà in pericolo la sua carriera e persino la sua famiglia.

Il tema centrale dell’ultimo film di Peter Landesman sembrerebbe essere il football americano e gli interessi economici che ruotano attorno a tale sport, che impediscono di valutare seriamente i rischi di violenti impatti e placcaggi, spettacolarmente, brutali. Zona d’ombra parla anche di ciò, ma quello che fuoriesce dalla pellicola è il personaggio principale della vicenda: un patologo con una profonda fede in Dio, dai modi educati, che porta avanti la verità con fermezza e che idealizza l’America come la terra promessa, il luogo in cui si può vivere un sogno. È questo l’aspetto importante e focale dell’intero film, mettendo in chiaro qual’è il vero interesse di Landesman, ovvero raccontare la storia di un uomo solo contro tutti (come nei più classici drammatici statunitensi a sfondo civile), che sente di aver raggiunto il suo scopo nella vita (aprire il cassetto e tenersi stretto il sogno), per poi cadere e rialzarsi nuovamente. La storia di un uomo che crede fortemente nei valori della cultura americana, ma che si scontra con gli interesse economici, con il potere che tutto crea e distrugge.

Zona d’ombra è lineare nel suo svolgimento, è banale sotto il punto di vista della scrittura (l’abuso di enfasi dovrebbe essere bandito), non esibisce picchi di tensione condivisibile e mostra delle interpretazioni al di sotto delle aspettative. Difatti soprattutto Will Smith (protagonista e produttore del film) si pone in gioco con una caratterizzazione appena sufficiente, quasi provocatoriamente finta.

Prendendo spunto dal dramma Insider (anche se nel film di Michael Mann l’esperienza diretta del protagonista era il vero elemento trainante ed empatico del prodotto), Zona d’ombra è profondamente ricattatorio e perde d’interesse dopo i primi 45 minuti; ciò va a sottolineare quanto lo svolgimento sia banale, artificioso e prevedibile. Laddove non c’è una vicenda destinata a suscitare interesse per un’intero prodotto di oltre due ore, allora si deve far leva decisamente su qualcos’altro. La retorica all’interno dei “sermoni” di Omalu si riconosce al primo ascolto e l’ossessiva ricerca della lacrima è controproducente per un film che, a differenza del suo protagonista, si dimostra privo di coraggio e tenacia, inchinandosi al prossimo grosso cliente, che vorrà mettere la polvere sotto il tappeto e continuare a regalare “sogni” al popolo americano.

Uscita al cinema: 21 aprile 2016

Voto: **1/2

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