Mistress America di Noah Baumbach: la recensione

51545New York e due generazioni a confronto. Baumbach si ripete con più convinzione

Nuovamente un confronto tra generazioni nell’ultimo film, dal sapore alleniano, di Noah Baumbach.

Tracy Fishko è una matricola al college e si è appena trasferita a New York. Alle sue spalle si è lasciata un padre defunto e una madre in procinto di risposarsi. Mentre cerca di far innamorare il nerd della stanza accanto e di entrare in un elitario circolo letterario, Tracy, spinta dalla madre, si mette in contatto con la sorellastra Brooke per sopravvivere nella metropoli. Travolta dall’entusiasmo di Brooke, Tracy si lascia coinvolgere dalla vita della giovane donna.

Commedia dall’impianto teatrale (i dialoghi sono fulminei, le scene trovano la loro completezza soprattutto negli interni), Mistress America pone una di fronte all’altra due ragazze che hanno poco più di dieci anni di differenza; tuttavia non è l’età a influenzare il loro rapporto, ma le esperienze di vita. Brooke ha trent’anni, è creativa, ma disorganizzata, mentre Tracy è una diciottenne sociopatica al primo di anno di college con la passione per la scrittura; Baumbach le delinea in modo puntuale, le confronta e le rende somiglianti. Difatti entrambe cercano un posto nel mondo, Tracy vede in Brooke un modello e ambisce a diventare come lei: cinica, creativa e ambiziosa.

Il gioco a due funziona per la maggior parte della pellicola e si dimostra in grado di tenere alto l’interesse fino alla conclusione. Difatti laddove Giovani si diventa peccava di superficialità, Mistress America esibisce uno scontro-incontro meno cervellotico e maggiormente semplice, nel quale si assapora la vicinanza tra le due donne in ogni piccolo passaggio di scrittura, che fa fuoriuscire in modo evidente tutta la bizzarria di Brooke e l’ingenuità di Tracy.

Noah Baunbach torna al cinema idiosincratico votato al femminile e recupera la musa Greta Gerwich che, chiusa nella sua ambizione finalizzata a fare qualcosa di bello e ad autorealizzarsi (che fa rima con sicurezza economica e un distante desiderio di maternità), si ritrova ad abdicare e ricominciare da capo. Ambientato in una New York, che si scopre in alcuni dei suoi luoghi più significativi (l’Upper East Side, Times Square fino a sfiorare Manhattan) e nella frenesia affettata dello sviluppo narrativo e delle sequenze, Mistress America ostenta un rapporto d’amicizia fugace, breve ma intenso, destinato a modificare l’approccio della vita di entrambe. Un film che si ingurgita in un sol boccone, senza pause e riflessioni perché la vita scorre veloce e non c’è tempo per fermarsi.

Uscita al cinema: 14 aprile 2016

Voto: ***

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