Race di Stephen Hopkins: la recensione

53147Nella storia di Owens manca l’enfasi

L’incredibile storia di Jesse Owens diventa cinema grazie al lavoro di Stephen Hopkins. Tuttavia Race si dimostra un biografico piatto e insapore, che eleva Owens a eroe indiscusso, ma si dimentica di dare adeguata rilevanza al contesto.

Jesse è un ragazzo di Cleveland con la passione per la corsa, a cui viene data una borsa di studio per l’atletica leggera all’università di Stato. Qui incontra Larry Snyder, un allenatore che lo nota immediatamente e gli pone un obiettivo ambizioso: vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino 1936.

La vicenda del velocista Owens è un piccolo miracolo sportivo all’interno della gloriosa storia delle Olimpiadi. Difatti Jesse è l’atleta che si è “permesso” di vincere quattro medaglie d’oro (di cui tre individuali) a Berlino 1936, al cospetto di Hitler che aveva voluto fortemente le Olimpiadi nel suo Paese per mostrare al mondo intero la supremazia della razza ariana. Ed è su questo avvenimento che il film si sarebbe dovuto concentrare, sull’indignazione che percorreva il volto del Fuhrer tutte le volte che Owens tagliava per primo il traguardo. Invece Race si fa notare per le mancate sottolineature e per la convenzionalità del racconto, che pone su un piedistallo il velocista (primo eroe nero degli Stati Uniti, purtroppo celebrato nel 1990, ovvero dieci anni dopo la sua morte) e si dimentica di concentrarsi sul resto, forse più difficile da cogliere sotto il punto di vista cinematografico ma sicuramente più incisivo e coraggioso. A poco serve mostrare l’amicizia tra Owens e il suo allenatore (Larry Snyder, un bianco progressista) o la decisione di boicottare o meno l’edizione berlinese dei Giochi: il vero fulcro della vicenda è il danno d’immagine subito dalla Germania nazista agli albori della Seconda Guerra Mondiale. E invece tutto ciò viene mostrato con superficiale semplicità, senza l’ enfasi necessaria per poter vivere appieno un evento storico.

Race è un prodotto di medio livello e l’interesse dello spettatore, già scemato nelle prime battute, si ritrova nello scorrere della storia solo in modo sporadico. Le interpretazioni di Irons e Sudeikis sono solide, ma poco caratterizzate, specchi di un film che si dimostra solido, ma privo di carattere. Un biografico che si dimentica di puntare il dito, che fa apparire tutto troppo semplice, mentre si poteva calcare la mano nei confronti di una nazione (gli Stati Uniti) che non vedeva di buon occhio i suoi atleti afroamericani, anzi si dimenticava, volontariamente, di celebrarli. Far entrare dalla porta di servizio il campione, in una cena a lui dedicata, è un’invettiva debole e malamente costruita a tavolino. Un po’ poco per ricordarsene in modo indelebile.

Uscita al cinema: 31 marzo 2016

Voto: **1/2

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