Land of Mine di Martin Zandvliet: la recensione

PosterRicattatorio gioco al massacro

Pellicola particolare perché mette in luce un fatto storico ignoto ai più, Land of Mine non convince pienamente perché finisce per essere un trattato buonista di un massacro silenzioso, come Hollywood insegna.

Danimarca 1945. Nei giorni che seguirono la resa tedesca, il governo danese decise di deportare migliaia di soldati nazisti per sminare l’intera costa. La vicenda narra di un gruppo di giovani militari e del loro sergente di “ferro”.

In Land of Mine c’è la vendetta di un popolo nei confronti di un invasore e la freddezza spietata nei confronti dell’essere umano. Tuttavia all’interno del film si ritrova anche uno scarico di coscienza, che stride con il contesto e che fa alzare più di un sopracciglio. Diretto da Martin Zandvliet, Land of Mine possederebbe tutti gli strumenti giusti per mettere alla berlina un vero e proprio abuso di potere da parte di una nazione nei confronti di giovani soldati, mandati al macello durante la Seconda Guerra Mondiale. Invece ciò che la pellicola non possiede è il coraggio di farsi documento realistico e non edulcorato. I pregi in Land of Mine ci sono e vengono evidenziati da uno stile registico che, soprattutto nella prima parte, indugia sulla “minaccia” dell’inevitabile (un’esplosione improvvisa che mutila corpi o li fa saltare in aria); tuttavia questo elemento imprenscindibile e funzionale alla narrazione si perde per strada progressivamente, lasciando spazio a una vicenda dalle sfumature buoniste. Ciò che manca in modo evidente è l’emozione e la tensione, che vengono sostituiti dal comportamento sempre più permissivo e umano del sergente Rasmussen, colui che all’inizio della pellicola sputava sulla lunga fila di tedeschi sconfitti e ne pestava a sangue uno perché portava con sé la bandiera della Danimarca.

Il primo errore di Land of Mine risiede nella scelta del cast: giovane e facilmente empatico, il gruppo di soldati tedeschi (ognuno con i propri sogni e ambizioni) è il convinto passo che il regista muove nei confronti del pubblico, che, giustamente, non guarda gli stemmi sulla divisa, ma preferisce osservare il ragazzo che ci sta all’interno. Il secondo errore della pellicola diretta da Zandvliet è quello di costruire un rapporto confidenziale poco realistico, che cozza pesantemente con gli interessi e la visione dei danesi sul finire della guerra. Il regista fa leva sul sentimento del perdono e sull’umanità, approccio che rende il tutto eccessivamente autoreferenziale; infatti la mancanza di colpa (da una parte e dall’altra) scagiona chiunque e non condanna nessuno, tramutando l’opera in una “favola” dei buoni sentimenti.

Nonostante ciò, Land of Mine si fa notare per la sua capacità di mettere in aperto contrasto le paradisiache spiagge della Danimarca con la futilità della morte e con il desiderio di vendetta, che tramuta l’uomo in carne e sangue privi di significato. Un prodotto che, se puntellato da maggior coraggio, si sarebbe distinto in quanto a verosimiglianza; purtroppo Zandvliet ritrae la mano e non perpetra la macabra denuncia fino in fondo.

Uscita al cinema: 24 marzo 2016

Voto: **1/2

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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