La corte di Christian Vincent: la recensione

locandina4Kammerspiel garbato e accattivante

Presentato in concorso a Venezia 72 e vincitore di due premi, La corte di Christian Vincent è un gioiello dal palato fine ed elegante. Un prodotto estremamente teatrale, che racconta con garbo il presente e il passato di un uomo rigoroso e giusto. Tuttavia è un segreto (che assume le proporzioni di un’ossessione) a farlo palpitare di entusiasmo.

Xavier Racine è un giudice della corte d’Assise, soprannominato il magistrato a “due cifre” perché le sue condanne non scendono sotto la decina. Nonostante un brutta influenza, Racine è chiamato a presiedere a un processo in cui un padre è accusato dell’omicidio della figlia di sei mesi.

Accattivante e narrativamente privo di intoppi, La corte è un prodotto di cui si possono tessere le lodi a lungo, perché quando si è di fronte a un esempio di “teatro filmato” così eccellente (perfetti i tempi ironici, il dramma appena sussurrato e la costruzione dei due personaggi, così lontani e così vicini) non si può non applaudire. Difatti il film diretto da Vincent ha tutti gli elementi necessari per essere un prodotto narrativamente valido, che mantiene le distanze nei confronti di un giudice (ops, presidente) della corte d’Assise rigoroso e moderato, simbolo d’incorruttibilità e dignità; un personaggio da romanzo con un certo spirito di protagonismo (i detrattori affermano che tende a imbrigliare i processi) e portatore di un segreto che rasenta i limiti dell’ossessione.

La corte è un film che disegna ed esalta la figura di un personaggio normale, ordinario, ma estremamente attento alla differenza tra giustizia e verità. Un prodotto che utilizza le stanze (il tribunale, la sala consiliare e la tavola calda) come luoghi di ritrovo e scoperta, nei quali la sceneggiatura scorre fluidamente e ci permette di conoscere a fondo anche i personaggi di contorno.

Commedia drammatica e sentimentale dall’enorme carico di verosimiglianza, La corte muove i suoi passi in modo cauto e mai avventato; difatti anche le confidenze di un giudice impacciato si rivelano delle confessioni che permettono alla vicenda di prendere altre strade, senza però abbandonare mai il percorso dell’eleganza. Quest’ultimo un pregio da tenere in considerazione perché permette alla pellicola di non deragliare mai verso una narrazione superficiale e raffazzonata. Insomma un gioiello di rara intelligenza, che gioca su due livelli narrativi (la conoscenza tra il giudice e la giurata Ditte e il caso di omicidio di un neonato) ed esibisce spesso l’interessante argomento del “tutto non è come sembra”; la scontata accusa di colpevolezza in un processo con numerose svolte e dubbi e il rapporto d’amicizia tra l’integerrimo giudice e la giurata di origine danese sono i due avvenimenti che smuovono il torpore, che movimentano l’azione. Diversamente ci saremmo trovati di fronte a un semplicistico film in un’aula di tribunale, che avrebbe dimostrato l’integrità di un simbolo di giustizia, ma nulla di più.

Uscita al cinema: 17 marzo 2016

Voto: ****

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