Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti: la recensione

lo-chiamavano-jeeg-robot-poster1Altro che Marvel; il vero supereroe è di Tor Bella Monaca

Illuminazione all’interno di un panorama cinematografico italiano che fatica a sfornare film degni di nota, Lo chiamavano Jeeg Robot è il primo superhero movie nostrano. Un prodotto sporco, imperfetto, brutale e scorretto, che si fa apprezzare a più riprese.

Enzo Ceccotti non è nessuno. Vive a Tor Bella Monaca e cerca di sbarcare il lunario con piccoli furti. Durante uno di questi si tuffa nel Tevere per non essere catturato dalla polizia e ne esce ricoperto da una sostanza sconosciuta. Il mattino dopo si sveglia e scopre di avere una forza sovrumana. Intanto a Roma attacchi dinamitardi terrorizzano la città e un piccolo criminale detto lo Zingaro cerca di farsi strada facendo un accordo con un clan camorrista.

Appassiona e coinvolge con ardore Lo chiamavano Jeeg Robot, un film che vede all’esordio nel lungometraggio Gabriele Mainetti, un regista che ha compreso e introiettato le tecniche di intrattenimento d’oltreoceano e le ha applicate in modo sublime, ponendosi anche l’obiettivo di oltrepassare la superficialità narrativa. Difatti la pellicola è profonda e complessa e mette al servizio del pubblico un’interessante indagine della figura dell’eroe, che sopraffatto dagli eventi (e dai poteri) s’interessa maggiormente ai propri personali bisogni, senza curarsi della possibilità di aiutare il prossimo. Ed è anche per questo motivo che Lo chiamavano Jeeg Robot è uno spaccato realistico di un quartiere sempre più in mano alla piccola criminalità (che cerca di sbarcare il lunario come può), una periferia che inizialmente doveva essere un luogo gioviale e colorato (il racconto di Enzo di com’era Tor Bella Monaca è uno dei momenti più profondi del film) ma che successivamente si è  sbriciolata di fronte al malcostume e alla delinquenza.

Intrattenimento allo stato puro, Lo chiamavano Jeeg Robot pone sul piatto della bilancia un anti-eroe che sradica bancomat e un villain narcisista, ipocondriaco e pericolosamente folle. Quest’ultimo è interpretato da Luca Marinelli, un attore che ha fatto della versatilità recitativa il suo marchio di fabbrica. Allucinato, ambizioso e incatenato a un passato che fatica a ritornare (la sua partecipazione a Buona Domenica come culmine della sua carriera televisiva), lo Zingaro è un cattivo che si avvicina al personaggio del Joker; del famoso antagonista di Batman possiede la “lucida” follia, naturalmente declinata al microcosmo di cui fa parte, ovvero quelle quattro case diroccate della periferia romana. Al suo fianco troviamo Claudio Santamaria, ingrassato per l’occasione, che incarna la desolazione di una vita gettata al vento, un ladruncolo che vive in un’appartamento disastrato, rischia la vita per quattro spiccioli e non riesce a tenere in piedi un sano rapporto con il sesso femminile.

Lo chiamavano Jeeg Robot è il film sui supereroi che il popolo italiano si merita. Imperfetta, ma dotata di un ritmo invidiabile, la pellicola di Mainetti è un centrifugato di citazioni, varianti ironiche, trovate visive e desolante quotidianità. Un prodotto strutturato, che non si sofferma alla superficialità della pagina patinata del fumetto, ma mostra i muscoli e ostenta la realtà di tutti i giorni. Senza prendersi troppo sul serio.

Uscita al cinema: 25 febbraio 2016

Voto: ****

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2 pensieri su “Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti: la recensione

  1. Non finisce mai di stupirmi e mi dolgo per dirtelo spesso quanto dovrei: la tua recensione è stupenda ed ancora una volta mi trova concorde anche laddove, in prima istanza, avevo un pensiero diverso: mi fai riflettere e discutere e davvero non immagino cosa si possa chiedere di più ad una pagina di critica come la tua è per me, sempre.
    Sappi che ti leggo sempre anche quando i miei like non compaiono (perché di norma clicco sul pulsante “mi piace” solo quando ho anche il tempo di commentare, ma mi accorgo ora che è stupido e che posso farlo anche quando il tempo mi impedisce di scrivere qualche riga).
    Mutare pensiero non è una debolezza ma una forza, se non lo si fa per convenienza o piaceria, poi, ha anche un suo rilievo etico.
    Buon week-end!

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