Fuocoammare di Gianfranco Rosi: la recensione

Fuocoammare-poster-locandina-2016Lampedusa, l’isola del terrore quotidiano

In concorso a Berlino 66, Fuocoammare è un documentario dal forte impatto. Un film che narra la quotidianità del popolo lampedusano e la mette a confronto con la tragicità dell’immigrazione marittima, che ha causato morti e disperazione.

Dopo Venezia il mondo si è accorto del lavoro di Gianfranco Rosi. Difatti il suo Fuocoammare è stato selezionato per il concorso a Berlino 66 e gli applausi che ha ricevuto alla proiezione ufficiale fanno ben sperare. Lo stile del regista è riconoscibile e, se con Sacro GRA raccontava la quotidianità dei disperati che vivono al limitare del Grande Raccordo Anulare romano, in questo suo ultimo prodotto si confronta, principalmente, con l’esistenza di Samuele, un ragazzo di dodici anni e così facendo ha la possibilità di eseguire (spesso e volentieri) variazioni narrative, mostrando le istantanee del disastroso e mortale esodo migratorio, perpetrato con barconi fatiscenti. Una pellicola che si dimostra in grado di colpire nel profondo, grazie alle sue mute immagini che fotografano uomini senza nome dediti ad aiutare chi, in fin di vita, raggiunge le nostre coste.

Isola che è, paradossalmente, più vicina alle coste africane che a quelle siciliane, Lampedusa è un luogo nel quale la vita scorre via attraverso i divertimenti di un ragazzino (appassionato della fionda), le musiche neomelodiche di una radio locale che riempiono le case lampedusane e il duro lavoro che ogni mattina porta i pescatori a solcare il mare con le loro lance. Fuocoammare racconta la quotidianità, evitando i commenti fuori luogo, e pone sullo stesso piano gli sbarchi e tutto il resto, perché, purtroppo, tutto ciò è quotidianità.

Pellicola fortemente sconvolgente, Fuocoammare è il racconto di un flusso migratorio anacronistico, perché ciò che lo spettatore vive sulla propria pelle e vede con i propri occhi ora si è spostato, con incredibile velocità, al centro dell’Europa. Le testimonianze strappate dalla macchina da presa, con rispetto e coinvolgimento, sono quelle di un enorme “popolo” composto da numerose nazioni, che si dividono se devono partecipare a un torneo di calcetto, ma che si ricompongono per rivivere il ricordo di un viaggio maledetto.

Morti e uomini in fin di vita vengono immortalati in un silenzio assordante e, come afferma il dottore che non si è ancora abituato a tutto questo, non si è uomini se non si tende una mano. Un’affermazione forte, che deve far riflettere, cogliendo l’occasione di riempirsi gli occhi di terrore e non fingere di voltare lo sguardo dall’altra parte.

Uscita al cinema: 18 febbraio 2016

Voto: ****

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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