Joy di David O. Russell: la recensione

51206Russell inciampa nel mocio?

Favola legata a doppio filo all’american dream, Joy esibisce la storia vera dell’inventrice del mocio per come lo conosciamo oggi. Una casalinga disposta a tutto pur di raggiungere l’obiettivo di rendere la sua vita, e quella dei suoi figli, migliore. Perseveranza e coraggiosa spudoratezza farciscono il prodotto diretto da David O. Russell; tuttavia questa volta gli ingranaggi paiono meno oliati e gli intrecci umani non così coinvolgenti.

Joy Mangano è una ragazza divorziata con due figli. Affascinata, fin da piccola, dalla possibilità di creare qualcosa con le proprie mani, Joy decide di inventare un mocio rivoluzionario, che l’aiuterà a estinguere i suoi debiti e a creare un impero imprenditoriale, che resiste da decenni.

Accompagnato dai tre attori feticcio (Jennifer Lawrence, Bradley Cooper e Robert De Niro), che lo hanno portato alla ribalta cinematografica, David O. Russell realizza, probabilmente, il suo film meno coinvolgente e accattivante. Difatti la carriera del regista americano ha cominciato a essere maggiormente notata da The Fighter per poi essere celebrata (con conseguente attesa per i suoi successivi film) grazie a Il lato positivo e American Hustle. Grazie a questi tre prodotti, Russell ha potuto mettere in mostra il suo talento teso a nascondere sotto la superficie filmica un intenso lavoro sui rapporti umani e sulla loro complessità, servendosi spesso di trasformazioni fisiche al limite (vedasi Chistian Bale estremamente dimagrito in The Fighter ed estremamente ingrassato in American Hustle). Un cinema lunatico e surreale che nasconde sempre un accenno di amaro e onesta umanità, portando alla ribalta interpretazioni apprezzabili culminate numerose volte in nomination e, talvolta, a Oscar.

Anche con Joy punta forte sulla vicenda umana, sulla favola di una giovane madre e casalinga con l’arduo desiderio di creare qualcosa di magico e di sfondare, cullando il sogno dell’american dream. E se il ritmo serrato e l’interpretazione di Jennifer Lawrence sono due fattori importanti e necessari per la riuscita della pellicola, ciò che ruota intorno a questi due aspetti non appare pienamente riuscito. Infatti sono i rapporti che si intessono nell’universo di Joy a essere labili e fragili, nel momento in cui l’impegno e l’investimento portano debiti e delusioni. C’è una diffusa negatività in Joy, c’è un sogno che si fa sempre più difficile ed è osteggiato dai familiari (padre e sorellastra), mentre la madre è avvolta dalla depressione e ipnotizzata dalle stucchevoli sit com. Ma c’è anche qualcuno che le dona supporto (l’ex marito e il dirigente interpretato da Bradley Cooper), mentre Joy Mangano mette una seconda ipoteca sulla casa e si sfoga sparando a delle bottiglie, dietro il capannone del padre. Accompagnato dalla voce fuori campo della nonna di Joy, colei che le donerà la possibilità di sognare, il film diretto da Russell è una favola a occhi aperti, ma fin troppo convenzionale. I personaggi, che si alternano sullo schermo, sono delle marionette nelle mani del regista, mentre Joy sogna e, coraggiosamente, persegue la sua strada nonostante le delusioni e il dolore.

Contraddistinto dalla forza di volontà della protagonista, Joy è un film sufficiente, che non buca lo schermo e non riesce a farsi accattivante fino alla conclusione. Una storia di successo come tante (e Russell non lo nega, dedicando il film a tutte le donne coraggiose che ce l’hanno fatta), che si interessa meno a ciò che succede sullo sfondo, concentrandosi sul magnetismo e sulla versatilità della Lawrence. Insomma stavolta Russell scansa la coralità preferendo l’individualità; o perlomeno prova a essere nuovamente un regista corale ma, non riuscendoci, vira verso la singolarità di una ragazza bionda con un’idea e un progetto.

Uscita al cinema: 28 gennaio 2016

Voto: ***

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