Point Break di Ericson Core: la recensione

locandinaL’onda perfetta si tramuta nel Nirvana. Stupiscono solo le evoluzioni degli atleti estremi

Il remake ad altissimo tasso di rischio non buca lo schermo. Point Break di Ericson Core non regge il confronto con il prodotto di Kathryn Bigelow e la variante mistica, ostentata a più riprese, non coinvolge.

Johnny Utah è un atleta di sport estremi con molto seguito su Internet. A causa di una sua idea sconsiderata, il suo amico d’infanzia Jeff muore. Sette anni dopo Utah è negli uffici dell’FBI, impegnato nell’addestramento. Nel mentre un gruppo di poli-atleti estremi sta compiendo dei crimini, che sembrano ripercorrere le otto prove di Osake. Utah, agente in prova sotto copertura, entra in contatto con gli atleti e conosce il carismatico Bodhi.

Rimettere mano a un film che è diventato un punto di riferimento nella cultura di massa è sempre un rischio. Inoltre Point Break faceva conoscere al grande pubblico le capacità registiche della Bigelow, donna regista a suo agio con il genere action e in grado di tenere ben saldo il polso della situazione. Il remake, diretto da Ericson Core (direttore della fotografia di numerosi film adrenalinici), mette in mostra delle evidenti difficoltà. In primo luogo è inevitabile il confronto con l’originale, da cui il regista non ha intenzione di distanziarsi (alcune sequenze richiamano o addirittura ricalcano le gesta di Keanu Reeves e Patrick Swayze), e purtroppo il remake risulta perdente. Invece in seconda battuta si può facilmente notare come si siano modificati i costumi dal lontano 1991, nel quale i surfisti erano gli atleti estremi pronti a rischiare tutto pur di inseguire l’onda perfetta, e ci sia stato bisogno di un riallineamento alle abitudini odierne. Ed ecco che il poli-atleta estremo (snowboard, free climbing, motociclismo, base jumper e surf) diviene il protagonista del rischio, colui che vanta milioni di visualizzazioni di Youtube, che gli permettono di costruirsi una fama che lo precede. Tuttavia questo allineamento ai giorni nostri non stona eccessivamente con il racconto e si inserisce in modo sufficientemente adeguato all’interno di una pellicola nella quale spingersi oltre il “punto di rottura” perde quell’accezione gergale da surfer per assurgere a filosofia di vita, laddove la paura comincia a dominare le azioni. Ciò che invece stona e appare poco coinvolgente è la variazione mistica, ovvero il raggiungimento del Nirvana a patto che le otto prove di Osake (impossibili per qualsiasi essere umano) vengano superate. Un inseguimento di un’illuminazione mistica che si trascina stancamente per l’intera durata del film.

Caratterizzato da una recitazione piatta e dall’estenuante ricerca della ripresa a effetto, Point Break non possiede gli strumenti giusti per far dimenticare l’originale, un film molto più legato ai bisogni primordiali di un gruppo di delinquenti e al fascino per l’oscurità. Il Johnny Utah di Keanu Reeves era un ambizioso agente dell’FBI, che veniva attirato dal rischio; quello interpretato da Luke Bracey è un personaggio molto meno ordinario e più facilmente malleabile e, proprio per questo motivo, meno profondo e combattuto.

Nonostante Point Break riempia gli occhi di riprese spettacolari e prove al limite dell’impossibile, non convince e lascia l’amaro in bocca allo spettatore, che si ritrova a guardare una copia di risibile fattura di un prodotto che ha, volente o nolente, segnato i primi anni Novanta.

Uscita al cinema: 27 gennaio 2016

Voto: **

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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