Steve Jobs di Danny Boyle: la recensione

steve-jobs-movie-poster-800px-800x1259La vita dietro le quinte

Il nuovo biopic dedicato a Steve Jobs è un accattivante percorso dietro le quinte. Difatti il film diretto da Danny Boyle si attesta come prodotto atipico perché, diversamente dal primo fallimentare biografico dedicato al guru di Apple, decide di non seguire una narrazione lineare e convenzionale, preferendo nascondersi nei backstage dei tre importanti lanci che ne hanno segnato la carriera.

È il 1984 e manca pochissimo al lancio del primo Macintosh. Scortato dalla fedelissima Joanna Hoffman, Steve Jobs incontra nel backstage i personaggi più influenti della sua vita. Lo stesso accadrà anni dopo al lancio di NeXT e del rivoluzionario iMac.

Contraddistinto da una sceneggiatura vibrante scritta da Aaron Sorkin, Steve Jobs rivaluta la figura cinematografica dell’ideatore di Apple, precedentemente affossata da Jobs, un film in cui veniva messa in risalto una costruzione narrativa convenzionale, che “sfiorava” con leggerezza ed eccessiva enfasi le tappe più o meno importanti dell’esistenza di Jobs. E se quel prodotto è stato presto dimenticato e messo immediatamente in naftalina, diversamente il film diretto da Danny Boyle non può essere facilmente rimosso dalla mente. Le cause di tale riuscita risiedono tutte all’interno di una messinscena teatrale, che ostenta l’importanza della parola piuttosto che delle immagini e che muove i suoi passi attraverso scambi d’opinione inventati tra Steve e i personaggi più influenzi della sua vita. Infatti Steve Jobs pone sotto la sua lente d’ingrandimento dialoghi di intensa profondità, che avvengono minuti prima degli importanti lanci di prodotti come il primo Macintosh, il rivoluzionario (e fallimentare) NeXT e il primo iMac. Nel camerino del protagonista appaiono in successione la figlia Lisa, Chrisann Brennan (la madre di Lisa), Steve Wozniak, John Sculley (CEO Apple) e Andy Hertzfeld, dei contrattempi sotto forma di esseri umani, che identificano il carattere di Jobs che, a seconda di chi gli si para di fronte, sfodera un atteggiamento diverso. Ossessionato dalla cura del dettaglio, arrogante e carismatico, Steve Jobs mostra la sua forma in modo progressivo, sentimento su sentimento, e questa costruzione stratificata è il vero punto di forza del film diretto da Boyle.

Verboso in modo quasi ossessivo, Steve Jobs riesce nell’infausto compito di riuscire a raccontare un personaggio e la sua vita attraverso l’esclusività della parola, senza che questa influenzi il ritmo e l’attrattiva nei confronti del pubblico. Grande merito va, soprattutto, alla prova recitativa di Michael Fassbender, che fa ben presto dimenticare la sufficienza interpretativa di Ashton Kutcher, che aveva impresso al suo personaggio una caratterizzazione eccessiva mai realmente sotto controllo. Invece Fassbender predilige il misurato controllo e infonde al personaggio un “vestito” decisamente più consono, che dona importanza alla sua, scomoda, personalità, quella del genio, del grande direttore d’orchestra.

Pellicola che sarebbe corretto ascrivere alla direzione dello sceneggiatore Sorkin, Steve Jobs possiede una potente carica attrattiva, che coinvolge il pubblico e lo riavvicina a colui che gli ha rivoluzionato, e condizionato, la vita. Un film che, grazie al suo approccio atipico alla storia, riesce a farsi apprezzare appieno, ammorbidendo (non troppo) gli spigoli di una personalità scomoda, che si scopre sempre più umana e meno guidata dagli istinti (vero Kutcher?).

Uscita al cinema: 21 gennaio 2016

Voto: ****

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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