Il labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli: la recensione

labirinto_del_silenzio-page-001Scoperchiare i fatti di Auschwitz e non smettere di dimenticare

Film che va alla ricerca della verità nascosta dieci anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Il labirinto del silenzio è un esempio di sobrietà ed efficacia. Un prodotto didattico e narrativamente solido, che ha il pregio di prendersi tutto il tempo necessario per far passare il messaggio attraverso la quarta parete cinematografica.

Francoforte, 1958. Johann Radmann è un giovane procuratore deciso a fare sempre quello che è più giusto. Avvicinato dal giornalista Gnielka conosce Simon, un artista sopravvissuto ad Auschwitz e padre di due gemelle, che sono state sottoposte ai crudeli esperimenti del dottor Mengele. Simon ha riconosciuto in un insegnante di una scuola elementare uno dei suoi aguzzini ad Auschwitz e, progressivamente, si scopre che l’insegnante non è l’unico a essere tornato agli abituali impieghi lavorativi alla fine della guerra.

Si può solamente fare un plauso a Giulio Ricciarielli (madre tedesca e padre italiano) e al suo film, che rappresenterà la Germania ai prossimi Oscar 2016. Perché Il labirinto del silenzio ha molti pregi e un solo difetto evidente: un ritmo eccessivamente lento, che rischia di far mancare il bersaglio pieno, dilungandosi su sottotrame fin troppo fragili. Tuttavia, come anticipato, i pregi sono tantissimi e sotterrano con estrema facilità le sbavature di un film che racconta degli orrori di Auschwitz sotto una differente lente d’ingrandimento: quella del diritto. Difatti Ricciarielli racconta la storia vera del “secondo processo al nazismo”, portando sullo schermo il personaggio del giovane avvocato Radmann (condensato di tre procuratori che hanno lavorato al caso), colui che, nella finzione filmica, indaga alacremente per portare a galla ciò che era stato seppellito sotto la sabbia dell’omertà.

Ricciarelli esibisce al cinema una Germania pronta a dimenticare oppure con la memoria troppo corta, che ha cercato di insabbiare il tutto attraverso la modalità barbara del negazionismo, ricollocando i nazisti, che avevano partecipato al massacro ebraico dei campi di concentramento, all’interno dello Stato. Ciò che Il labirinto del silenzio fa è porre di fronte ai propri errori un intero popolo, che si vede spiattellata in faccia la Storia recente, attraverso uno stile che rasenta il documentario. Gli interrogatori agli ebrei sopravvissuti trasudano dolore e ricordi, mentre quelli agli aguzzini dei campi di concentramento spocchia e arroganza; un confronto che palpita in superficie, che sconvolge e fa fuoriuscire un complotto a livello nazionale, che assume le enormi forme di un tentacolare e intrecciato gomitolo senza via d’uscita.

Solido narrativamente e pregno di una mancata responsabilità, che a oggi la Germania urla a gran voce, Il labirinto del silenzio possiede la forza delle immagini e delle parole, esibendo una partitura filmica inquisitoria, che bracca i cattivi senza curarsi del loro grado d’importanza all’interno dello Stato. Un film che fa riflettere profondamente e che misura le dimensioni della menzogna e del silenzio, che ha faticato a rompersi in favore di un popolo (quello ebraico) che non ha potuto far sentire la propria voce, soffocata dal dolore.

Uscita al cinema: 14 gennaio 2016

Voto: ****

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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