Irrational Man di Woody Allen: la recensione

r-irrational-man_notizia-2Allen si ripete con puntualità

Il cinema di Woody Allen ha abituato il pubblico alla legge dell’alternanza, ovvero quella regola che permette allo spettatore di aspettarsi un film convincente dopo uno che lo era molto meno. Di conseguenza si auspicava che Irrational Man fosse una pellicola maggiormente compiuta dopo il mezzo flop di Magic in the Moonlight, invece l’ultimo prodotto di Allen fa assaporare un’aura di ridondanza tematica e citazionista. Il regista newyorchese ripete se stesso e non convince del tutto.

Abe Lucas è un filosofo che si trasferisce in una piccola città per ricoprire il ruolo di professore universitario. Privo di qualsiasi interesse per la vita, Abe viene avvicinato dalla collega Rita Richards, che vuole consolarsi con lui dopo un matrimonio fallito. C’è però anche la migliore studentessa del corso, Jill Pollard, a subire il fascino del professore. Perennemente ubriaco e poco interessato al ruolo ricoperto, Abe percepisce che la sua vita può cambiare quando involontariamente sente il lamento di una donna in caffetteria.

Allen ha da sempre preferito la quantità alla qualità misurata e spalmata su più anni. Difatti la cadenza annuale delle sue realizzazioni cinematografiche ormai è un rito ciclico, che gli spettatori accettano di buon grado. Non sempre tutti i film sono degni di nota, ma questa sua abitudine permette di conoscere sempre più in dettaglio l’universo alleniano. E Irrational Man si focalizza sul tema della morte come estrema ratio per potersi liberare del vuoto esistenziale e cominciare a vivere. Può apparire come un controsenso, un paradosso, ma Allen (fedele alla sua visione di un realismo sfumato) analizza questo concetto attraverso la delineazione di un professore di filosofia privo dello spirito vitale e incapace di andare avanti. Alla base della vicenda la relazione tra il professore e una sua studentessa (un cliché), innamorata del carisma dell’uomo e del suo sbandato passato.

Pregno di citazioni letterarie e filosofiche (e non solo, perché il riferimento in una scena a Il vedovo di Risi sembra voluto e, se così non fosse, a noi piace pensarlo), Irrational Man prende spunto dal Delitto e castigo di Dostoevskij, dalla banalità del male di Hannah Arendt, da Kant, Kierkegaard e dagli esistenzialisti francesi. Tutti riferimenti che costruiscono la vicenda e il carattere interpretato da Joaquin Phoenix, mentre si confronta con la praticità della musa alleniana Emma Stone.

Tornato alla realtà contemporanea e abbandonate le atmosfere retrò e illusionistiche di Magic in the Moonlight, Woody Allen, dopo aver dichiarato che la filosofia è “masturbazione verbale”, si lascia cullare da essa e in linea con l’esistenzialismo teorico afferma che “la speranza è una stronzata, bisogna agire!”. Tuttavia si ha l’ingombrante sensazione che tutto quanto sia ripetizione di un concetto già espresso e analizzato. Ed è proprio questa percezione a far perdere di mordente Irrational Man, una pellicola che viaggia con il “pilota automatico” e che si avvicina molto alla dichiarazione di Allen a Cannes: “fare film è una fantastica distrazione”. Però il pubblico si aspetta che l’approccio di Allen ai suoi film non sia solamente un mirabile passatempo, ma qualcosa di più concreto e che non si limiti a qualche battuta fulminante e a sporadici colpi di genio, nascosti sotto la cenere dei piccoli gesti.

Uscita al cinema: 16 dicembre 2015

Voto: **1/2

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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