A Bigger Splash di Luca Guadagnino: la recensione

Locadina-A-Bigger-SplashIl naufragar m’è dolce in questa piscina

Remake de La piscina di Jacques Deray, A Bigger Splash è l’ultimo film diretto da Luca Guadagnino. Un prodotto di respiro internazionale, che però annega quando dovrebbe elevarsi. Un peccato perché i presupposti c’erano ed erano visibili.

Marianne, una rockstar in convalescenza per un’intervento alle corde vocali, e Paul, documentarista che è sopravvissuto a un tentativo di suicidio, passano le loro giornate a bordo piscina nella splendida Pantelleria. Un giorno li raggiunge Harry, logorroico produttore musicale ed ex amante di Marianne, che si accompagna con la figlia ventenne Penelope, emersa dal passato. Gli equilibri si spezzano immediatamente, a causa del fatto che Harry vuole riconquistare Marianne, mentre Penelope è attratta da Paul.

Pellicola frenetica e che cerca insistentemente l’estetica a effetto, A Bigger Splash possiede le stigmate del grande cinema, ma non riesce a esserlo fino in fondo. L’impressione è che Guadagnino si lasci andare a un esercizio di stile, nel quale ridondanze visive e ripetizioni narrative la fanno da padrone indiscusse. In A Bigger Splash c’è l’interesse di delineare rapporti umani (balli in coppia o terzetti poco importa) e di farsi portatori di argomenti contrastanti (la violenza nei rapporti, la rinuncia e il rifiuto), ma tutto ciò, che trova libero sfogo nella prima parte, naufraga nella seconda. La pellicola di Guadagnino è un gioco di specchi, di flashback, di provocazioni e seduzioni; sullo sfondo una Pantelleria stupenda, mentre in primo piano si consuma il (melo)dramma.

Film difficilmente iscrivibile a un genere solo (commedia, melò o thriller?), A Bigger Splash possiede la fluidità registica di Guadagnino e l’empatia con cui costruisce i personaggi, che non necessariamente devono essere accondiscendenti e di buona volontà. Infatti i protagonisti della vicenda sono quattro caratteri eccessivi e detestabili. Su tutti troneggia Harry (Ralph Fiennes), irritante e istrionico produttore musicale, che si innamora di tutto, esasperando qualsiasi comportamento, mentre gli altri tre paiono artefatte costruzioni a tavolino, marionette nelle mani di un regista che, per almeno tre quarti di film, sembra saper il fatto suo. Successivamente la pantomima cialtrona (che si può detestare, ma che si riesce a tollerare) assume un effetto molto più ovattato, più oscuro e meno nelle corde del regista e dell’intero film. Nel mentre gli accenni sull’immigrazione clandestina (stralci televisivi in sottofondo e gabbie davanti al commissariato) paiono incomprensibili e inutili.

A Bigger Splash è un film che viaggia inevitabilmente con il pilota automatico; slegato da una narrazione lineare, il prodotto appare libero e colorato spaccato di un cinema (quello della Nouvelle Vague e dei belli e dannati) che non esiste più. Tuttavia le ridondanze si fanno insistenti, pedanti e inficiano il tutto. Contrappuntato da un’ottimo comparto musicale (nel quale gli Stones dominano), A Bigger Splash appare come un film privo di controllo, che accatasta trovate visive e qualche caduta di stile, mentre la delusione si fa spazio nelle battute conclusive.

Uscita al cinema: 26 novembre 2015

Voto: **1/2

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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