Life di Anton Corbijn: la recensione

life-trailer-italiano-locandina-del-film-di-anton-corbijn-con-robert-pattinsonIcona, uomo, mito. Dean e la sua malinconia

Un servizio fotografico che ha fatto storia e ha contribuito a creare una leggenda. Life, diretto da Anton Corbijn, tenta di immortalare il mito di James Dean con uno stile introspettivo e nostalgico. Tuttavia il risultato è altalenante, a causa di un impianto narrativo e stilistico eccessivamente ingessato.

Dennis Stock è un fotografo freelance e un giorno incontra, a una festa organizzata da Nicholas Ray, un giovane attore di nome James Dean. Dennis coglie in Dean un bagliore speciale e chiede al suo editore di seguirlo per un certo periodo per fargli un servizio fotografico, da vendere alla rivista Life.

Pellicola enfatica e pregna di “nostalgia canaglia”, Life narra la nascita di un mito ribelle e schivo, quel James Dean che è diventato una leggenda nel mondo cinematografico a causa della sua prematura morte. Corbijn parte da lontano: Dean non è conosciuto, al suo attivo ha una parte da protagonista ne La valle dell’Eden di Elia Kazan e si appresta a partecipare al celebre Gioventù bruciata di Nicholas Ray. In questo spazio di tempo il fotografo Dennis Stock vuole cogliere l’occasione di immortalare (a suo avviso) un sicuro divo dello star system. Il pedinamento da parte di Stock è oppressivo, mentre Dean è schivo e diversamente ligio alle regole. Il regista olandese Corbijn vuole cogliere l’immagine postuma di Dean, facendo ruotare intorno a lui (in modo abbastanza calzante) gli anni cinquanta statunitensi (droga, alcool, jazz e una controcultura ribelle). Tuttavia c’è qualcosa che non torna in Life; l’enfatizzazione è alla base del progetto, la nostalgica, depressa e pigra istantanea di Dean è l’elemento su cui ruota l’intera pellicola, eppure l’azione si fa rallentata e meditabonda, provocando (soprattutto nella parte centrale) una sorta di noia indotta da un andamento eccessivamente lento.

Biografico che alterna pregi e difetti, Life è l’ennesimo tentativo di cogliere lo spirito degli anni cinquanta, che però appare sfuggevole e difficilmente riproducibile su pellicola. La recitazione mimetica di Dane DeHann (irriverente, flemmatica e narcisistica) è precisa e su di lui l’intero film si appoggia adeguatamente. Ma DeHann non basta per far elevare la pellicola di Corbijn a coinvolgente testimonianza fotografica. Si ha la costante sensazione che il film subisca eccessivamente la fascinazione di un personaggio come Dean, proprio come la subisce Stock nel momento in cui l’amicizia si fa più forte e indissolubile.

Life si perde nei meandri del personaggio, ripercorre quel servizio fotografico, ma non coglie appieno lo spirito “ribelle” di Dean. Difatti per definirlo non bastano le interviste politicamente scorrette o la disobbedienza nei confronti del produttore Warner. La “ribellione” di Dean è qualcosa che nasce dal suo background (che impariamo a conoscere quando il film si sposta in Indiana), la “ribellione” e il fascino nascono da una poesia recitata a denti stretti di James Whitcomb Riley; ma quella non è ribellione, è insofferenza, innocenza e libertà, quella sensazione che James Dean fatica a raggiungere e Corbijn fatica a cogliere.

Uscita al cinema: 8 ottobre 2015

Voto: **1/2

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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