Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio: la recensione

locandina_sangueUna pellicola fin troppo enigmatica che vuole raccontare l’Italia attraverso i secoli

In concorso a Venezia 72, Sangue del mio sangue è l’ultima pellicola diretta da Marco Bellocchio. Un prodotto diviso in due parti e che muove i suoi passi a Bobbio, città natia del regista. Il risultato è squilibrato e non convince appieno, a causa anche dell’eccessivo utilizzo di metafore, che si nascondono e si rivelano in modo alquanto criptico.

Bobbio, 1600. Un soldato giunge al convento cittadino perché convocato dal prete francescano. Il fratello prete si è suicidato dopo esser stato adescato da una giovane monaca. I tentativi di farle confessare che in realtà ha un patto con Satana, per riscattare il giovane prete, portano l’Inquisizione ecclesiastica a murarla viva.
Bobbio, giorni nostri. Un ispettore regionale si reca alle carceri di Bobbio con un miliardario musicista che vuole acquistarle. A sbarrargli la strada un conte, che esce di casa solamente di notte.

Bobbio è l’ambientazione e complesso è il tema trattato. Sangue del mio sangue si presenta immerso nel Seicento piacentino, per poi scorrere in direzione del futuro, arrivando ai giorni nostri avvolto da un clima farsesco, nel quale i finti invalidi, i pazzi veri e i truffatori sono i nuovi mostri. Un salto temporale che si prefigge come obiettivo quello di congiungere gli avvenimenti mostrati sullo schermo, anche se non è limpido il filo conduttore. Difatti l’unica parola che può accompagnare Sangue nel mio sangue è perplessità, diffusa e avvolgente, che non lascia scampo allo spettatore, che si fa ammaliare dalla fotografia enfatica di Ciprì, ma non dalla narrazione di Bellocchio. C’è tanta autobiografia nel racconto del regista piacentino (il rimando alla tragica morte del gemello), l’invettiva nei confronti della Chiesa di allora (maschilista e brutale), il vampirismo (sociale o reale?) e la globalizzazione che ha corrotto la semplicità di un paese. Tuttavia c’è anche la speranza, incarnata da una luce accecante che accompagna una bellissima donna, quello sguardo al futuro che però lascia perplessi e indifesi.

Sangue del mio sangue spinge sull’autorialità di una vicenda che guarda al passato per analizzare il presente (gravato dal sistema consociativo dei partiti e dei sindacati), che utilizza un linguaggio farsesco per spiegarsi. Tutto ciò trova spazio nel film di Bellocchio, ma non è pienamente comprensibile, come se il regista avesse voluto farsi criptico a tutti i costi, lasciando degli indizi che non colpiscono lo spettatore. Il difetto di Sangue del mio sangue risiede nella mancata volontà del cineasta di avvicinarsi al pubblico e nell’accentuata autoreferenzialità (il ritorno al paese d’origine, l’utilizzo di un cast diretto ben più di una volta).

Sangue del mio sangue è un film che pesca a piene mani dal passato per aggiornare quelle barbarie ai giorni nostri (il peccato che origina il marciume di oggi). Tuttavia il senso perde più di una volta la strada maestra, incappa in qualche caduta di tono e fatica ad accattivare. Appesantito soprattutto dalle metafore che risiedono nella seconda parte della pellicola, Sangue del mio sangue pare esibire due film, incidentalmente, montati insieme e ciò non genera un lodevole effetto. Un vero peccato per un autore che, in passato, ha fatto lungamente riflettere il pubblico grazie alle sue idee di messinscena e narrazione.

Uscita al cinema: 9 settembre 2015

Voto: **1/2

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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