Il nemico invisibile di Paul Schrader: la recensione

Il-nemico-invisibile-800x1143-800x1143La malattia logora la mente e la sceneggiatura

Debole, narrativamente vuoto e soprattutto rinnegato. Il nemico invisibile giunge nelle sale italiane dopo che il regista Paul Schrader, il produttore Nicolas Winding Refn e gli attori Nicolas Cage e Anton Yelchin hanno disconosciuto la copia distribuita in sala. Sarà per questo motivo che Il nemico invisibile appare così inutile?

Evan Lake è stato torturato in un passato non troppo recente dal fondamentalista islamico Banir. Nel  momento in cui Lake viene sollevato dall’incarico di analista per la sopraggiunta di demenza senile, si scopre che Banir è ancora vivo, si nasconde e soffre di talassemia, malattia che richiede cure costose. Insieme al collega Milt, Evan medita e persegue la vendetta.

Lo sguardo dietro la macchina da presa c’è, ma viene pericolosamente stravolto da una costruzione narrativa che non convince e che lascia perplessi su parecchi punti di vista. Ciò accade nel momento in cui non si riconosce la materia che si sta osservando. Difatti Il nemico invisibile appare come una pellicola propagandistica, che getta fango sugli Stati Uniti e sulla loro amministrazione democratica, sbandierando contemporaneamente in modo fiero i valori che incarnano l’operato della CIA, l’unità operativa con le mani legate per troppo tempo. E qui non si riconosce Schrader e la sua delineazione di un sogno americano infranto, una fragile disillusione di un mondo decadente, contrappuntato da invettive puntuali, premonitrici e profonde. Perché Il nemico invisibile appare come una lamentosa e reiterata litania repubblicana, che rinnega le atrocità belliche e si mette alla ricerca di un “invisibile” terrorista, un nemico da abbattere per vendetta, per giustizia o per qualsiasi altro motivo. Nel mezzo di tutto ciò c’è la malattia logorante e debilitante che si insinua nel cervello e nei ricordi del protagonista; un “nemico invisibile” impossibile da sconfiggere. Perché chi si è lasciato sedurre dalla convinzione che il “nemico” del titolo sia il terrorista senza scrupoli, probabilmente ha guardato un altro film e ha preferito leggere il prodotto di Schrader in modo superficiale. È la malattia la vera antagonista di una pellicola che prova a farsi credibile, ma finisce per divenire un inutile guazzabuglio repubblicano, dagli stinti valori morali e dalla puerile invettiva.

Ciò che Schrader tenta di realizzare è un film che analizzi il terrificante conflitto interiore che dilania il protagonista, ma non riesce a costruirlo in modo degno, finendo per mettere in scena un’insapore opera (l’ennesima) sul terrorismo islamico. Difatti l’analisi si perde per strada e non si modella in modo adeguato all’interpretazione di Nicolas Cage, deludente perché poco credibile e diversamente empatico. Insomma Il nemico invisibile è un prodotto malamente assemblato, che non trova il giusto ritmo e la sufficiente dose di suspense. Un’opera che, paradossalmente, non ha un padrone; Schrader se ne lava le mani, al pubblico l’annosa decisione di “salvarla” o “condannarla”.

Uscita al cinema: 9 luglio 2015

Voto: *

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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2 pensieri su “Il nemico invisibile di Paul Schrader: la recensione

  1. Considerata la sua carriera, che PERSINO Nicolas Cage rinneghi questo film è tutto dire 😉
    In generale è sempre un problema non di poco conto quando un determinato tema scade nella retorica, perché frena lo spettatore dall’avere una propria idea riguardo a ciò a cui sta assistendo.

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