Vizio di forma di Paul Thomas Anderson: la recensione

vizio-di-forma-poster-illustratoIl trip inestricabile del Drugo di P.T. Anderson

Paul Thomas Anderson torna dietro la macchina da presa e realizza un altro film di un certo spessore. Tratto dal romanzo omonimo di Tim Pynchon, Vizio di forma è una matassa di fili narrativi privi di soluzione, un lungo viaggio nella controcultura anni settanta, che somma personaggi grotteschi, percorsi narrativi, intuizioni da “fattone”, parabole disilluse e fantasmi che popolano l’anima di una nazione.

L’investigatore Larry “Doc” Sportello viene avvicinato da una sua ex-fidanzata (Shasta), che gli chiede aiuto perché sospetta che il suo amante (il costruttore Mickey Wolfmann) sia in pericolo. Infatti la moglie ha l’intenzione di internarlo e portargli via l’intero patrimonio. Doc decide di aiutarla, ma non sarà l’unico caso a cui dovrà lavorare.

La filmografia di Anderson è pregna di personaggi decadenti, disillusi e grotteschi ed è necessario considerarla nella sua totalità per scoprire un percorso preciso e mai banale. Perché se ne Il petroliere ci si è trovati di fronte alla nascita di una nazione (il capitalismo e lo sfruttamento intensivo di esseri umani come pozzi petroliferi) e in The Master allo spaesamento del singolo e alla necessità di rimuovere traumi appoggiandosi a qualcosa di sconosciuto (come a esempio il culto di Scientology), in Vizio di forma c’è la delineazione decadente di una controcultura fallita, nella quale i trip di Larry “Doc” Sportello mettono in scena un microcosmo sospeso, popolato da fantasmi e una realtà appena sussurrata.

Brillante nell’uso della macchina da presa (si sprecano i piani sequenza, gli zoom e le soggettive a spalla), caratterizzato dalla fotografia dalle tinte vivaci e sfavillanti di Robert Elswit e accompagnato dall’ipnotica colonna sonora del fido Johnny Greenwood, Vizio di forma mette in scena corruzione e intrecci narrativi nonsense, che tengono incollato allo schermo un pubblico , che viene diviso pazientemente tra chi ha la presunzione di sbrogliare la matassa e chi invece si fa cullare dal trip di Doc Sportello. Infatti Vizio di forma possiede quel potere magnetico proprio delle pellicole surreali che paiono più interessate a esibire uno stato d’animo piuttosto che sciorinare una vicenda lineare. Inoltre tinteggiato di black humour (fratelli Coen docet) e di una coralità interpretativa figlia del cinema di Altman (il cantore dell’America in disfacimento), l’ultimo prodotto di Anderson è in perenne sospensione tra il sogno e la realtà, tra l’immaginazione lisergica e i crudi dati di fatto.

Malinconico e amaramente ironico, Vizio di forma è l’ennesimo prodotto che si presta a variegate letture e che contiene al suo interno temi e sottotesti che palpitano in profondità, compaiono, sopravvivono e muoiono proprio come le decine di personaggi che appaiono nell’apparentemente sconclusionata sceneggiatura di Anderson. E al centro di tutto ciò c’è “Doc” Sportello, investigatore perennemente in stato semi-cosciente (a causa del numero elevato di canne che consuma), lurido e stropicciato, che si aggira in un microcosmo grottesco, nel quale domina il disordine mentale e un caos ordinato.

Anderson mette nuovamente in scena una vicenda nella quale lo stato d’animo prevale e tutto contagia, che ammalia lo spettatore e che ne denota notevoli capacità sceniche e narrative. Difatti mentre la narrazione si sbroglia senza soluzione di continuità, ciò che realizza il regista è di mettere in scena una realtà annebbiata, che sottolinea un pericolo costante, ma mai realmente percepibile. Perché i fin dei conti Vizio di forma è un noir fatto e finito (con le sue punte di nonsense), che ostenta una realtà vivida anche se poco comprensibile. Anderson cerca l’immedesimazione ed è per questo motivo che insegue il suo protagonista per permettere al pubblico di vivere una reale esperienza di straniamento e di trovarsi persi in un paranoico turbinio di esperienze. Tuttavia questo Vizio di forma non rappresenta il meglio della sua filmografia. Difatti i lunghissimi 148 minuti corrono il rischio di intrappolare lo spettatore in una noia claustrofobica e malinconica. Colpa di Anderson o del groviglio narrativo di Pynchon?

Uscita al cinema: 26 febbraio 2015

Voto: ****

Leggi la recensione anche su Persinsala

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