Gemma Bovery di Anne Fontaine: la recensione

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Tratto dalla graphic novel di Posy Simmonds, Gemma Bovery è ironico e seducente. Una pellicola che pone al centro dell’obbiettivo la trascinante figura di Gemma Arterton e ci costruisce intorno una storia fresca e baciata dal sole della Normandia.

Ormai da sette anni Martin Joubert ha lasciato Parigi per la Normandia. Panettiere nel negozio paterno, Martin ha la passione per la letteratura, soprattutto per Gustave Flaubert. Un giorno una coppia di inglesi si trasferisce vicino a casa di Martin; lei si chiama Gemma Bovery, mentre lui Charles Bovery. Questa coincidenza lo esalta e lo sorprende e comincia a frequentare assiduamente la coppia, rimanendo ammaliato da Gemma, bella e insoddisfatta, che incarna l’eroina dei suoi sogni.

Dopo il clamoroso tonfo di Two mothers, Anne Fontaine torna dietro la macchina da presa e mette in scena un prodotto che ha le capacità di saper accompagnare lo spettatore in modo ironico e drammatico nello stesso momento. Difatti Gemma Bovery, grazie al demiurgo manipolatore Fabbriche Luchini (che interpreta un panettiere con la passione della letteratura e vittima delle illusioni che lui stesso ha creato), si rivela un film dalle valide attrattive. Perché Gemma Bovery contiene al suo interno stilemi ben equilibrati, che conservano lo spirito romantico di Flaubert e l’umorismo britannico della Simmonds; questi due elementi permettono al film di procedere su binari saldamente costruiti e di potersi sbizzarrire con un’ironia creativa, che prende in giro gli inglesi che ristrutturano casa metà inglese e metà italiana e le macchiette francesi, aristocratiche e altezzose. In questo turbinio di stereotipi si staglia la figura di Gemma Arterton, vero e proprio motore della pellicola. Difatti Anne Fontaine gioca con il suo corpo e la sua idealizzata bellezza, che divengono armi per colui che manipola le forme della storia (Fabrice Luchini), un romantico, protettivo e onirico manovratore di fili.

Anne Fontaine compie parallelismi letterari, mischia la storia di Madame Bovary con le vicende della sua Gemma, mentre utilizza la sua macchina da presa per mettere a fuoco i personaggi in modo convenzionale, restando sempre a una distanza ragionevole dai corpi immortalati. Tuttavia quando ci si trova in sala e si entra in contatto con Gemma Bovery non si può non pensare a un’altro racconto di Posy Simmonds, tradotto in immagini dall’autore inglese Frears (Tamara Drewe), nel quale la stessa Arterton era al centro della scena e provocava numerosi fraintendimenti amorosi in un piccolo paese britannico. Diversamente in Gemma Bovery c’è meno passionalità carnale e più romantica leggiadria, ma la struttura a incastro pare la medesima.

Gemma Bovery è una pellicola che dà respiro agli intellettuali sogni di un panettiere annoiato in Normandia, un arcigno misantropo e narciso che alla lunga diviene più elemento di divertente disturbo, piuttosto che valore aggiunto. Infatti la pellicola di Anne Fontaine procede in modo scanzonato e narrativamente accattivante per buona parte della durata, per poi incappare in qualche banalità eccessiva, che fa perdere il focus della pellicola.

Commedia colta e sbarazzina dalla passionalità vivida, Gemma Bovery fa della messinscena naturalistica e della manipolazione personale i suoi punti di forza, ma si perde per strada quando vuole inanellare situazioni ripetitive.

Uscita al cinema: 29 gennaio 2015

Voto: ***

Leggi la recensione anche su Persinsala

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