Exodus – Dei e Re di Ridley Scott: la recensione

exodus_dei_e_re_604556Mosè vs. Ramses. Mentre il vendicativo Dio fa il suo gioco

Kolossal molto suggestivo dal punto di vista visivo, Exodus – Dei e re è l’ultima opera diretta da Ridley Scott. Un prodotto che rilegge l’Antico Testamento e si concentra principalmente sull’intenso rapporto tra Mosè e il “fratello” Ramses.

Mosè e Ramses, futuro sovrano d’Egitto, sono cresciuti come fratelli dal faraone Seti. In battaglia Mosè salva la vita del principe e, successivamente, i saggi del villaggio lo informano della sua origine ebraica. Ramses, scoperte le origini del “fratello”, decide di esiliarlo. Qui Mosè si sposa con una donna araba e incontra Dio, che lo esorta a combattere per liberare il suo popolo dalla schiavitù.

Lo spunto da cui parte Scott per narrare le gesta del guerriero-profeta Mosè è I dieci comandamenti di Cecil B. De Mille. Tuttavia la rilettura è interamente personale e la Storia (come è già successo in passato) interessa poco al regista britannico. Difatti l’autore preferisce raccontare la vicenda di due antagonisti (Mosè e Ramses), i loro screzi e i loro differenti punti di vista. Non è un caso che immediatamente i due personaggi vengano delineati in modo opposto. Infatti lo spettatore incappa nella ragionevolezza e lungimiranza di Mosè e allo stesso modo trova nell’atteggiamento di Ramses la viziata consapevolezza di essere l’erede al trono del padre. E si ha una sensazione di deja-vu nell’osservare i caratteri dei due protagonisti, come se Massimo Decimo Meridio e Commodo fossero i progenitori cinematografici di Mosè e Ramses, non possedendone però l’adeguata forza scenica.

Quindi Scott trasporta la sua idea di cinema anche all’interno dell’Antico Testamento e non è decisamente un caso che anche la struttura narrativa di Exodus – Dei e re sia così simile a blockbuster celebrati e amati dal grande pubblico come Il gladiatore. Difatti il regista britannico ha l’interesse ultimo di costruire un kolossal dalle forme mimetiche, un prodotto permeato da una grande attrattiva e da una messinscena più artistica che realistica, il tutto immerso in un montaggio che gioca sull’analogia e sulla costruzione di clamorose ellissi.

Tuttavia l’impressione ultima è quella di osservare una pellicola che per la maggior parte del tempo annoia e che allunga eccessivamente il brodo per permettere ai personaggi di Mosè e Ramses di poter esprimere compiutamente la loro metamorfosi. Infatti si può facilmente riconoscere che entrambi i protagonisti sono erosi da un conflitto interiore, che porta Mosè a scontrarsi spesso con Dio (incarnato da un bambino capriccioso e vendicativo) e Ramses a rendersi conto della sua sconfitta e a combattere un “fratello” con cui ha condiviso tutto. Ridley Scott sottolinea tutto questo dividendo sommariamente la pellicola in tre tronconi (del quale il centrale, ovvero quello in cui Mosè in esilio costruisce una famiglia lontana dal natio Egitto, è il più traballante) e trova la chiave di volta principalmente quando mette in scena le piaghe e allarga lo sguardo in battaglia.

Ridley Scott evita il confronto con la religione e realizza una pellicola che si sorregge unicamente su due personaggi carismatici e che, facendo leva esclusivamente sulla mitologia, mette in scena il racconto di un uomo riluttante, che deve lottare per conquistare il proprio sogno e la propria dimensione. Con l’aiuto di Dio o senza.

Uscita al cinema: 15 gennaio 2015

Voto: **1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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