Big Eyes di Tim Burton: la recensione

big_eyes_xlg_jpg_1003x0_crop_q85Burton, where are you?

Big Eyes, la pellicola meno burtoniana che memoria ci consente di ricordare, giunge nelle sale nostrane. Un biopic lineare e narrativamente solido, che segna un perentorio cambio di stile da parte del regista statunitense. Difatti se a fine film non fosse uscito il nome di Burton, lo spettatore non si sarebbe quasi accorto della sua firma.

Margaret Ulbrich è una giovane donna senza soldi, che dipinge per necessità e per diletto quadri di bambini dagli occhi smodatamente grandi. Queste opere intrise di sentimentalismo kitsch attirano l’attenzione di Walter Keane, che commercializzerà i suoi quadri spacciandoli per propri, costruendo un impero su un’enorme bugia.

Burton gioca a nascondino. Oppure si immedesima con il protagonista, interpretato da un istrionico e brillante Cristoph Waltz, che si appropria della paternità delle opere della moglie. Perché il regista di Edward mani di forbice si fa vedere in qualche sequenza ed evidenzia diversi temi a lui cari (l’ironia in fondo al dramma, l’autodeterminazione e il retrogusto grottesco), ma non abbastanza. Tuttavia Burton, che gioca a nascondersi, mette a segno una pellicola solida e costruita in modo impeccabile dal punto di vista scenografico, nella quale gli interpreti paiono a loro agio e si mettono pienamente a disposizione per la riuscita del progetto. Ma non solo perché la sceneggiatura, la fotografia e la confezione finale sono impeccabili; tuttavia questo è mestiere e non il riconoscibile touch dello stile burtoniano.

Tutto ciò è il risultato di un film necessario e che mette in scena una doverosa ricostruzione ancorata alla cronaca, che non permette a Burton di essere pienamente in una situazione di confort. Inoltre sapendo che il regista è ammiratore e amico di Margaret Keane, si ha l’impressione che non abbia voluto stravolgere in modo surreale e dark la realistica vicenda; come se volesse mantenere un rispettoso distacco nei confronti di una delle più grandi frodi della storia dell’arte.

Detto ciò si è davanti a una pellicola che si lascia guardare fino in fondo e che sottolinea le pochissime invenzioni stilistiche, che si notano nella penombra della pellicola perforata. Difatti lasciati da parte i mostri e le atmosfere stralunate e notturne, sostituite dall’abbagliante sole di San Francisco e dalla spuma delle onde hawaiane, Burton non si riconosce se non nella delineazione di quell’orco persecutore di Walter Keane e di quell’innocente principessa rinchiusa nel suo studio. Due ideali personaggi da favola dark, che rappresentano sullo schermo la loro storia fatta di rivalse e segreti, processi e pura arte kitsch.

Uscita al cinema: 1 gennaio 2015

Voto: ***

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