Torneranno i prati di Ermanno Olmi: la recensione

torneranno_i_prati_poster-page-001Orrore in “movimento”

Ermanno Olmi mette in scena ottanta minuti di guerra con sentimento, riuscendo a trasmettere attraverso la quarta parete miseria, malinconia e l’orrore della solitudine.

In un avamposto d’alta quota un gruppo di militari, verso la fine della Prima Guerra Mondiale, combatte a pochi metri dalla trincea austriaca.

Si rimane brutalmente ammaliati da Torneranno i prati, una pellicola nella quale si respira aria di quotidiano immobilismo, nella quale si assapora il dolore di una guerra senza ragioni e pregna di sofferenza. Perché Olmi si ispira al grande tradimento compiuto nei confronti di giovani e civili, morti nella Prima Guerra Mondiale senza sapere il perché. E il risultato è una poesia in movimento, che invita alla riflessione, che pesa ogni gesto e ogni parola, che ricostruisce in modo dettagliato una sensazione che si avverte in modo palpabile sul grande schermo. Torneranno in prati non è un film di guerra, ma la vivida rappresentazione del dolore della guerra. La trincea, scavata nella neve che ricopre qualsiasi cosa, diviene teatro di un’ingiustizia, di ordini insensati, di morti valorose o volontarie, di gavette coperte di polvere, di ranci e lettere di speranza. Olmi racconta la miseria della trincea e lo fa affidandosi a una fotografia che vira pesantemente al grigio, che mette in risalto l’oro e il sangue, che rappresenta un desolante micro mondo, nel quale si muore (carne da macello di un conflitto privo di significato) e si è un lontano e irreale ricordo.

Torneranno i prati è la misera e poetica rappresentazione di una battaglia senza vincitori, nella quale il ruggito in lontananza dei mortai si mischia con i silenzi e la profondità di sguardo del regista bergamasco. Con sentimento e affanno, Olmi  (che dedica il film al padre e ai suoi racconti) centra perfettamente il tono e le modalità della guerra di trincea; perché Torneranno i prati è omaggio e sacrificio, è stupore e insensatezza, è un bellissimo orrore che non abbandona mai gli occhi. Un’opera che si fa ammirare in tutta la sua brutale e allucinata inutilità. Un film che chiude emblematicamente su una battuta che apre un’ulteriore riflessione: «in primavera torneranno i prati, di quel che c’è stato qui non si vedrà più niente e quello che abbiamo patito non sembrerà più vero». Un epitaffio di indubbio realismo, che racchiude ed esplica un film di epidermica bellezza.

Uscita al cinema: 6 ottobre 2014

Voto: ****

Leggi la recensione anche su Persinsala

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