Il regno d’inverno di Nuri Bilge Ceylan: la recensione

50522Rapporti umani nelle “grotte” della Cappadocia

Vincitore della Palma d’oro a Cannes 67, Il regno d’inverno giunge nelle sale cinematografiche “sfidando” lo spettatore. Un’opera da camera “fiume” (tre ore e sedici minuti di durata), che procede per step, pesca a piene mani da Checov e cita a non finire Shakespeare.

In un villaggio sperduto della Cappadocia, nel quale abbondano i turisti interessati alla struttura di antiche abitazioni scavate nella roccia, Aydin è il proprietario di un piccolo albergo. Inoltre Aydin è proprietario di diverse abitazioni con inquilini non sempre sono in grado di pagare l’affitto. Aydin vive con la moglie Nihal e la sorella Necla. Ex-attore di teatro, Aydin sta pensando di scrivere un romanzo sul teatro turco.

L’impianto teatrale è sovrano ne Il regno d’inverno, una pellicola che si appoggia con forza alla parola per riuscire a emozionare. Perché ciò che mette in scena Ceylan è un’opera che piega al suo volere i dialoghi (infiniti e caratterizzati da minuziosi dettagli) e le relazioni umane. Difatti il regista turco cerca di estrapolare dalle pieghe del suo prodotto il rapporto uomo/donna (Aydin e Nihal) nella prigione dorata (e scavata nella roccia) della Cappadocia. Una lettura gonfia di piaghe nascoste, figlie di una relazione ormai logora e stancamente perpetrata. Tuttavia è l’intera pellicola di Ceylan a farsi ideale cartina tornasole di un cinema che fa leva su una misurata compostezza e che, non concedendo nulla allo spettatore, lo mette a dura prova. Perché la temutissima asticella dei centottanta minuti viene travalicata, la noia a tratti è imperante, ma il sacrificio è ripagato da una resa cinematografica invidiabile. Il cambiamento è dietro l’angolo, la catarsi del protagonista Aydin è seguita accuratamente e chirurgicamente. Nel mentre, intorno a lui, i silenzi (e la sonata di Schubert) si fanno partitura “musicale”, elementi essenziali per accompagnare Aydin.

Il regno d’inverno si regge, come anticipato, sulla sceneggiatura, ma anche sui personaggi, imprescindibili pezzi di un puzzle, legati a doppio filo tra di loro e per i quali è indubbia la cura maniacale dei dettagli, che costruiscono l’adeguata componente psicologica. Difatti Ceylan ci presenta il protagonista Aydin, un possidente cinico, arrogante e apparentemente bonario e la moglie Nihal, giovane donna agiata che prova a darsi da fare nel campo della beneficenza. Due personaggi che si “sfiorano” e in un emozionante alterco si aprono e fanno fuoriuscire tutte quelle tensioni che palpitano durante l’intera durata della pellicola. Coloro che ruotano attorno a loro (la sorella Necla, il braccio destro Hidayet, l’imam Hamdi e il fratello Ismail) sono ingranaggi precisi e puntuali, dolenti e insolenti. Ma Ceylan non è esclusivamente un ottimo narratore e costruttore (a volte distruttore) di rapporti umani, ma anche un ingegnoso artista della suspense sussurrata, celata e assaporata lentamente. Infatti i luoghi fanno da sfondo a un racconto di commovente bellezza, ostico, ma conforme al lungo “sonno invernale” (e conseguente risveglio) a cui assiste lo spettatore. Tutto è profondamente sopito, silenziosamente addormentato a lume di candela o in un ufficio buio e diversamente accogliente, mentre fuori imperversa la furia invernale.

Il regno d’inverno è una pellicola che è la quintessenza della teatralità, nella quale a volte si assiste ad argomentazioni futili (eccessivamente ostentate), mentre altre volte si schiude davanti allo spettatore il vaso di Pandora delle incomprensioni coniugali e non. E il tutto risulta funzionale, un meccanismo lineare, ordinato e non macchinoso, che aiuta a comprendere nella sua completezza l’opera. Pescando da Checov (alcuni elementi si rifanno chiaramente a Il giardino dei ciliegi), citando Shakespeare e mettendo in mostra tutto il suo talento cinematografico, Ceylan tratteggia un affresco di coinvolgente bellezza, nel quale il paesaggio e la complessità psicologica dei personaggi si fondono in modo ammirevole.

Uscita al cinema: 9 ottobre 2014

Voto: ****

Leggi la recensione anche su Persinsala

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