La sedia della felicità di Carlo Mazzacurati: la recensione

locandinaL’ironico e spensierato addio di Mazzacurati

Un racconto che si sviluppa sul viale della garbata surrealità e della leggerezza, La sedia della felicità, ultimo prodotto del compianto regista veneto Mazzacurati, diverte e restituisce allo spettatore uno spaccato antropologico da affrontare con il sorriso.

Bruna è un’estetista che fatica a sbarcare il lunario. Tradita dal fidanzato e assillata da un viscido fornitore, riceve una confessione in punto di morte da una sua cliente (Norma Pecche) a cui lima le unghie in carcere. Norma le confessa che in una sedia del salotto buono di casa sua è nascosto un tesoro inestimabile. Bruna, non curante del pericolo, si reca immediatamente alla villa, ma ne rimane bloccata all’interno e contemporaneamente minacciata da un cinghiale. In suo aiuto giunge Dino, un tatuatore divorziato vicino di negozio, che la libera e, involontariamente, rimane coinvolto nell’affare. Una volta scoperto che i beni di Norma sono stati confiscati e messi all’asta, Dino e Bruna cercano disperatamente di rintracciare i compratori.

Radicato nel Nord est, il cinema di Mazzacurati esibisce levità e ironia, una grande conduzione del cast a disposizione e richiede allo spettatore una costante e copiosa dose di sospensione dell’incredulità. E in La sedia della felicità non si smentisce e conferma le sue doti, lanciandosi alla ricerca di un tesoro nascosto dentro una sedia e metaforicamente inseguendo quella felicità, che allontana la solitudine dei due protagonisti alle prese con tempi grami. Ma decisamente il regista padovano non spinge sul lato drammatico della vicenda, preferendo la costruzione di figure che si muovono in un contesto “disastroso” con garbo e gentilezza. È questo il punto forte di una commedia che accompagna lo spettatore a un’insensata e ironica caccia al tesoro, che ostenta un romanticismo non stucchevole e puerile.

Aiutato da un cast che si amplia progressivamente e che vede all’opera molti interpreti delle sue precedenti opere (Albanese, Bentivoglio, Orlando, Battiston, Citran e Balasso), La sedia della felicità è l’ideale testamento di un regista, che ha sempre posto in primo piano rapporti umani non stereotipati e la casualità come motore dell’azione. E laddove l’amaro e l’agrodolce facevano capolino, in La sedia della felicità vengono sostituiti da un’ironia invasiva e ritmata. Il cantore della provincia e delle piccole storie dominate dal caso ci saluta con un film che fa debuttare al suo cospetto Mastandrea (un paladino gentile dai perfetti tempi comici) e Isabella Ragonese (piena di grazie e riservata bellezza).

Vicenda che fa riscoprire la genuinità dei sentimenti e dell’amore, La sedia della felicità è la commedia che, accogliendo lo spettatore con una comicità leggera e non demenziale, riesce a elevarsi in modo intelligente nel mare magnum cinematografico, come un prodotto brillante e che rischiara il cuore.

Uscita al cinema: 24 aprile 2014

Voto: ***1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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