I corpi estranei di Mirko Locatelli: la recensione

Template by PixartprintingStatico, silenzioso e gonfio di attese. L’ospedale è un micromondo

Seconda opera di finzione di Mirko Locatelli, I corpi estranei non convince pienamente a causa della sua eccessiva staticità nel disegnare il microcosmo ospedaliero.

Antonio è un padre solo a Milano. A casa (in Umbria) ha lasciato moglie e due figli e si accampa nel reparto oncologico di un ospedale in attesa dell’operazione al cervello che può salvare il figlio di 3 anni. Nel mentre Jaber è nella stessa struttura al capezzale di un amico malato di cancro.

L’ospedale (composto da attese, silenzi e giorni che scivolano via come un battito di ali) è l’habitat naturale de I corpi estranei, una pellicola nella quale (purtroppo) non si comprende fino in fondo quale sia il principale tema trattato. Difatti sullo schermo cinematografico si susseguono (rigorosamente avvolti da un silenzio innaturale) varie tematiche: la solitudine e l’impotenza di un padre di fronte alla malattia del figlio, la quotidiana ripetitività ospedaliera e l’obbligata (e mal digerita) convivenza tra due etnie differenti. Uno sguardo naturalista (alla Dardenne per intenderci) per una pellicola onorevole, ma che rischia di sfociare nel ricatto emotivo. Lo spettatore non può non partecipare alla sofferenza di un padre per il figlio malato, ma purtroppo questo aspetto rischia di perdersi nell’ostentazione degli interminabili tempi morti e in una costruzione narrativa che fatica a progredire. E se l’intento di Locatelli è quello di rendere verosimile, su pellicola, la fissità di una difficile situazione, ciò è sicuramente reso al meglio, grazie anche alla partecipazione di Filippo Timi, un attore dotato di ottimi tempi recitativi e di una presenza che riempie lo schermo. Tuttavia il regista non si limita a questo e si “lancia” in uno scontro simil-antropologico tra due “corpi estranei” costretti a sostare nello stesso luogo. È questo “schianto” (poco emozionante) che fa storcere la bocca, perché il regista non riesce a svilupparlo adeguatamente, a renderlo parte integrante del racconto. L’impressione è che Locatelli estranei il rapporto tra Antonio e Jaber dal dolore che percorre l’intera pellicola. Anche se lo stesso dolore è volutamente celato allo spettatore e traslato in parole biascicate e bestemmie soffocate. Eppure il titolo parla chiaro: i corpi estranei sono i loro.

Essenziale nelle parole e nella messinscena, I corpi estranei appare come un film rivedibile, che fatica a far fuoriuscire tutta la sua potenza espressiva a causa di una ripetitività estetica, che mette in fila albe e tramonti, camere ospedaliere e parcheggi. Purtroppo la durezza dei rapporti non balza fuori dallo schermo; l’unico aspetto duro e verosimile è la delineazione di Antonio, un padre in difficoltà, che assorbe (esternamente) l’asettica ambientazione, mentre internamente subisce una trasformazione che passa in rassegna il disagio e il vuoto, l’impasse e la rabbia.

Uscita al cinema: 3 aprile 2014

Voto: **1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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