In grazia di Dio di Edoardo Winspeare: la recensione

in-grazia-di-dio-locandinaNonostante tutto, 4 donne baciate dal Salento

Presentato a Berlino 64, l’ultimo film diretto da Edoardo Winspeare è uno spaccato antropologico salentino. Una pellicola al femminile che ostenta desolazione, ma allo stesso tempo rasserena il cuore.

A causa della concorrenza cinese, una fabbrica (a conduzione familiare) è costretta a chiudere e, a causa dei debiti, Adele, Ina e Maria Concetta si trasferiscono dalla madre (Salvatrice) in campagna. L’unico che non le segue è Vito, l’altro figlio di Salvatrice, che decide di trasferirsi in Svizzera. Le quattro donne ricominceranno completamente da zero.

Winspeare ha sempre omaggiato il Salento. Questa volta la celebrazione è ancora più forte, in favore di una vicenda (quasi) interamente al femminile, alla quale partecipano la moglie del regista (Celeste Casciaro) e altre tre donne alla loro prima prova di fronte alla macchina da presa.  In In grazia di Dio c’è il ritorno alla natura, ma si recupera anche l’attualità dai notiziari e dall’intromissione di Equitalia; tuttavia queste puntualizzazioni sembrano dei meri espedienti per rimanere legati (a doppio filo) ai giorni nostri. Perché il film di Winspeare non si pone come obiettivo quello di analizzare la crisi o tinteggiare le difficoltà della contemporaneità. Il regista ha l’interesse di mettere in scena un convincente affresco umano, nel quale quattro caratteri totalmente diversi riescono a sostenersi, ad affrontare alti e bassi, insicurezza e certezze. È tutto ciò il punto forte di In grazia di Dio, che non sbandiera una fotografia turistica, ma anzi preferisce renderla parte del racconto. Le riprese a picco sul mare, gli orti baciati da un sole torrido sono parte fondamentale di un prodotto che può apparire incompleto e imperfetto, ma che in realtà è nell’imperfezione (di una narrazione diretta priva di un obiettivo dichiarato) che trova la sua reale bellezza. In grazia di Dio è un ritratto salentino che, nonostante una costruzione riflessiva e “diversamente” trascinante, non annoia. È un’ossimorico spaccato antropologico, che si rivela desolante e rasserenante, un’indagine sulla complessità dei rapporti umani all’interno di una cornice semplice, fatta di poche parole e di un viscerale dialetto espressivo.

In grazia di Dio può apparire non perfetto, non sottolinea chiusure di trame e sottotrame, mette in fila quattro attrici non professioniste che (a tratti) si “lasciano scappar via” i dialoghi, eppure possiede una forza espressiva (e un filo neorealista) che rapisce. Il tutto evitando di spingere eccessivamente sul lato tragico della vicenda, lasciandolo in disparte in favore dell’analisi (rurale) dei rapporti umani.

Uscita al cinema: 27 marzo 2014

Voto: ***1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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