Yves Saint Laurent di Jalil Lespert: la recensione

yves-saint-laurent-la-locandina-italiana-del-film-300785Oltre agli abiti c’è di più?

Biopic fiacco sullo stilista francese, Yves Saint Laurent cavalca i luoghi comuni dei decenni che va a toccare e fatica nel disegnare una vicenda accattivante e coinvolgente, declamando il genio e i suoi abiti.

Yves Saint Laurent, giovane ventunenne, viene chiamato a ricoprire il ruolo di Dior nell’omonima maison d’alta moda. Il successo della prima collezione lo porta agli alti livelli della moda parigina ma anche a notevoli pressioni, che lo porteranno al ricovero in una clinica per una crisi maniaco-depressiva. A causa di ciò verrà soppiantato da Dior e, grazie all’aiuto del compagno Pierre Bergé, fonderà la sua casa di alta moda: la YSL.

Il film diretto da Lespert alterna sbadigli a defilè di alta moda, ma non riesce ad accattivarsi il pubblico nel tratteggio della vita di Saint Laurent. Difatti narra la sua vita privata, grazie all’aiuto del narratore interno-esterno Pierre Bergé, ma si perde progressivamente nell’ostentazione dei cliché degli anni 50 (il rigore formale), degli anni 60 (la creatività) e degli anni 70 (la spudorata anticonvenzionalità). È ciò a essere sottolineato in questa pellicola, che rimane pericolosamente a metà strada tra la storia d’amore (passionale, difficile) e l’enfatizzazione del genio creativo. Infatti Lespert esibisce l’infelice parabola personale (maniaco-depressiva) di Saint Laurent in un contesto ovattato e ridondante. Le sfilate di moda si avvicendano alle crisi dello stilista, quasi a voler mostrare la sbiadita facciata sociale e la costante fragilità emotiva di un uomo che trova il suo ideale appoggio in Pierre Bergé, che lo sprona, lo rincuora e lo protegge. Ma tutto ciò appare al servizio di un processo di beatificazione, che trova il suo sfogo nel gossip galoppante.

Ma non tutto è da “buttare” perché le caratterizzazioni dei due protagonisti (Guillaume Gallienne e Pierre Niney) sono assolutamente al limite della mimesi e riescono a trainare verso la conclusione una pellicola che fatica progressivamente a farsi realmente interessante. Sono i loro duetti a caratterizzare la pellicola, la loro bravura ad alternarsi nel ruolo di protagonista assoluto, laddove Gallienne (Bergé) si erge spesso a carattere principale, sovrastando la fragilità interpretativa di Pierre Niney (Saint Laurent). E ciò non è necessariamente un aspetto lodevole, perché si ha l’impressione che l’obiettivo sia quello di mettere in mostra la recitazione, piuttosto che la storia che stanno rappresentando.

Contrappuntato da sequenze che riportano alla mente dello spettatore spezzoni pubblicitari (come quella in cui Yves è sdraiato sul trampolino di una piscina oppure la sfilata che chiude il film, accompagnata da La Marry), Yves Saint Laurent è il classico esempio di pellicola che fatica ad appassionare e che eccede nella beatificazione della creazione innovativa non essendo in grado di mostrarcela al di là degli abiti. E si piega smodatamente al volere degli attori, che “creano” e “distruggono” a loro piacimento, sguazzando in un contesto maldestramente delineato.

Uscita al cinema: 27 marzo 2014

Voto: **

Leggi la recensione anche su Persinsala

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